di Diego Perucci

Byrek e cedrata
A volte senza farmi vedere vado alla tavola calda Bella Albania per la mia pausa pranzo.
Ci vado perché non è male e le cose non costano troppo, così non devo per forza contare le monete e dividerle per obiettivi. Di solito ordino delle sarma di cavolo verza, oppure se ce li hanno prendo un paio di byrek ripieni di manzo e cipolle, nel mentre bevo una Peroncina prima, una durante e una dopo. Loro mi sorridono sempre, lo sanno che lavoro dal Tardelli, e perciò quando capita che mi presenti sono felici e contenti che non mi faccia nessun problema a mangiare qui. Non credo che lui gli piaccia molto, e sono più che sicuro che a lui non piacciono loro. Di certo Nicodemo non è mai stato un buon vicino. Una volta, avevano appena aperto il locale, pare che gli abbia lasciato davanti alla saracinesca chiusa un bel mucchio sparso di immondizia rancida e odorosa, ridendosela di gusto il giorno
successivo, guardandoli da pochi metri ripulire il marciapiede. Una specie di segnale di avvertimento, non si capisce bene di cosa, la firma maldestra di Nicodemo. Questo lo racconta il Panceri, che è sempre contento di spargere zizzania in qua e in là, quando può e quando riesce.
Loro sono Algas, Alket e Almarin Elezi, tre fratelli a cui non dispiace affatto lavorare sodo e sempre. Ci sono anche le rispettive mogli in cucina e in sala, Besa, Vasha e Melita. Tutti si danno parecchio da fare. Arrivarono giovanissimi accalcati come sardine sulla nave mercantile Vlora, l’8 agosto del 1991, e si radunarono insieme agli altri ventimila disperati allo Stadio della Vittoria di Bari. Poco cibo, poca acqua, tanto caldo. Riuscirono a scappare, evitando così di essere rimpatriati in terra albanese con l’inganno, come quasi tutti gli altri. Dalla Puglia iniziarono a salire di città in città fino a qui, settimana dopo settimana, anno dopo anno. All’inizio facevano i muratori nell’impresa del Panceri (lui
però da loro a mangiare non ci va mai), ma dopo pochi mesi rilevarono il fondo sfitto da secoli accanto al bocciodromo, che ancora oggi ospita il loro piccolo e modesto sogno di ristorazione.
C’è anche un quarto fratello, il maggiore, si chiama Argjel. A lui non interessava aprire la tavola calda, così a un certo punto si è comprato la patente coi soldi tirati su in cantiere con i fratelli, gli ha detto ciao e si è trasferito sul lago, dove si è fatto assumere in una azienda di tour operator, la Velluto viaggi. L’anno scorso è stato arrestato mentre trasportava un sacco di droga sul van di proprietà dell’agenzia. Ogni tanto uno dei tre a turno lo va a trovare in carcere e gli porta una scatola di byrek, ma secondo me non glieli fanno passare e allora se li mangiano insieme alle guardie.
In giro da qualche parte si troveranno anche i loro figli che corrono di qua e di là nella tavola calda, lungo il marciapiede, o nelle aiuole più grandi ritagliate da queste quattro strade. Non so mai esattamente a quale genitori associarli, ma sono quattro, e si chiamano Blodina, Dardanesha, Artmir e Çeljan. Sono tutti biondi. Abitano in delle case brutte proprio all’inizio della mia stessa via, in dei caseggiati piccoli e storti con le tapparelle scassate e marroni. Non ho idea di chi sia il proprietario della tavola calda, se uno solo o tutti quanti bimbi compresi, ma Almarin è quello con cui interagisco di più, e che a volte mi fa andare sul retro del locale di straforo, per fumare una sigaretta in santa pace dopo il pranzo. Deve aver capito che non voglio esser visto qui da Nicodemo. Ogni volta mi fa un
occhiolino generoso e mi sorride.
Quando ci vado mi siedo sempre dentro nell’angolino di taglio alla finestra, così che se passa qualcuno del bar non mi può vedere, ma io posso vedere lui. I tavolini qui sono più nuovi dei nostri, ancora restano lucidi e brillanti quando il sole li colpisce di sbieco entrando dai vetri, le bibite invece te le puoi prendere da solo, basta alzarsi e andarsela a scegliere direttamente dal frigo. Da noi per avere un succo di frutta devi invece chiederne uno, e allora noi siamo obbligati da Nicodemo, nessuno ha mai ben capito perché, a ripetere tutta la lista dei gusti a nostra disposizione come una cantilena, anche se hai già scelto quale vuoi. Pera, albicocca, arancia rossa di Sicilia, pesca, ace, mela verde, ananasso. Fin qui facile come un ritornello. Apriamo poi uno stipetto di metallo proprio sotto al bancone, cercando nel buio a tentoni il prescelto dal cliente. Se poi lì non c’è, e non c’è mai, si deve andare nel retro a cercare tra le scorte, in un magazzino buio e lurido, circondati da bestiole non identificate e gatti di polvere. Per tutto il procedimento occorre un sacco di tempo.
Alla Bella Albania ci sono delle fotografie bluastre dei monti del nord alle pareti giallo vivo, e nel locale c’è sempre musica alla radio. Musica popolare albanese certo, tallava di gajda e qifteli, ma almeno c’è. Da noi invece solo la televisione, sempre e per sempre. I Byrek non sono male, sono una valida alternativa al solito panino piatto e prevedibile. A volte li accompagno con della cedrata fredda gelata in bottiglia di vetro, qui ce l’hanno ancora, ma solo se come oggi hanno finito le Peroncine. Fuori c’è un solo tavolino tondo con due sedie, ma tengono delle piante per fare un po’ d’ombra, e volendo ci si può sedere anche sul gradino del ferramenta accanto, in queste ore già serrato per il pranzo. Riapre con comodo alle quattro e mezza di pomeriggio, non si ammazzano certo di lavoro. Lo gestisce la signora Monighi Claretta assieme al secondo marito Yussuf, arrivato alla fine degli anni ‘80 come non si sa bene e subentrato sommesso ma inesorabile nella vita intima della signora, un gesto tenero d’amore dopo l’altro.
Il ferramenta era stato del padre di lei, si chiamava Lino e da lui ci andava sempre mio nonno, che faceva un sacco di lavori con i chiodi e i martelli giù in cortile quando c’era un po’ di sole e di caldino, quello tiepido e piacevole. Si metteva davanti alla porta spalancata del suo garage, e ogni settimana si presentava con cadenza regolare per comprare materiale buono a prezzi stracci, o anche solo per chiedere qualche piccolo ma fondamentale consiglio di carpenteria. All’epoca faceva orario continuato, oggi una minuscola manciata di chiodi costa quasi un euro e si piegano col tonno. Yussuf e la signora Claretta vendono anche le bombolette spray, e forse saprebbero dire se qualcuno ne ha comprata una
arancione.
Oggi fa caldo, più di ieri, direi calderrimo, le fiamme salgono dritte dall’asfalto e
pizzicano con mille strali i polpacci. Credo che stanotte proverò l’impossibile dormendo seduto nel frigorifero con la testa nella ghiacciaia. Calzoni lunghi mi raccomando, anche d’estate, dice sempre Nicodemo, che però invece si infila i bermuda a mezza coscia color cachi spento, perché lui può e se ne batte degli altri. E ci toccherà allora vedere per tutta la stagione estiva quelle gambine da gru bianchicce e flaccide, che sembrano rubate a un’altra persona e montate sul suo girovita, finché non torna l’inverno clemente. A volte penso che il freddo non arriverà mai più, perché in fondo non ce lo meritiamo. Si passerà allora da un’estate a un’altra senza soluzione di continuità, e dormire bene senza problemi diventerà una cosa per soli ricchi. A tutti gli altri i tormenti di Satana. Condizionatori costosi come auto di lusso, ventilatori a peso d’oro, e il prezzo dell’acqua alle stelle, con noialtri in basso, nelle stalle. L’inverno una livella.
Besa si sventola, Vasha suda sotto il mento, e delle goccioline si vaporizzano
direttamente dal suo collo.
Faccio sparire la cedrata ancor prima che arrivi da mangiare.
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