Di Diego Perucci

Lillele e Pasele
Se parliamo di amici il mio è un capitolo a parte, non sono molti ma credo siano buoni e sanno perdonarmi. Quello che conosco da più tempo di tutti è Gildo Giovannini, ma io l’ho sempre chiamato Lillele. Ha la mia stessa identica età, tra noi ci corre solo un mesetto scarso, abbiamo frequentato le stesse scuole e ci piacevano le stesse ragazze. Spesso mi aiutava nei litigi con mio fratello Giovanni, prendendo le mie ragioni a prescindere da quali fossero. Non ci sentiamo molto spesso, meno di quanto vorrei a essere sinceri, ma le volte
che capita ci capiamo al volo e in controbalzo. Io e lui ci conosciamo sempre in mezzo a questo mare. Ora sta a Roma già da diversi anni, da quando abbiamo finito le scuole superiori. ha fatto lì l’università e adesso fa l’informatico per un’azienda che si occupa di non so che, ha provato varie volte a spiegarmelo, ma è una cosa che proprio non mi vuole entrare in testa. Per quanto ne so lavora con internet, e tanto mi basta. L’ultima occasione in cui ci siamo visti è stato per lo scorso Natale, è tornato a casa dei suoi con la sua ultima nuova ragazza, una pischella di Prati che si chiama Elisa. Hai capito a Gildo.
Anche Paolo, che di cognome fa Piangerelli, è un mio amico, ma io lo chiamo Pasele. Di solito ci vediamo quando sia io che lui non lavoriamo, quindi circa una volta ogni sette giorni, a meno che Nicodemo non mi sfili a tradimento one day in più di sgobbo. Fa il cameriere in una trattoria del centro, una di quelle con pranzi di lavoro a prezzo fisso, ci si mangia discretamente bene e si spende il giusto. Unico neo, hanno il vino sfuso della casa che sa un po’ di banana. Lo conosco da circa cinque o sei anni, ci siamo visti a una festa di quelle d’agosto con gente che non hai mai visto, a casa di una certa Greta, ma né io né lui sapevamo chi fosse. Nemmeno poi l’avremmo mai più vista. Pasele non vive nel mio quartiere, così per vederci di solito ci si trova a metà strada, in centro, dato che lui abita dalla
parte opposta della città, in una zona quasi in tutto identica alla mia, ma agli antipodi. Lui non ci viene mai al bocciodromo, dice che gli mette tristezza, susta e apatia. A volte allora vado da lui per un aperitivo e poi finisco per fermarmi a cena. Invita sempre anche la sua vicina di casa, si chiama Marta, e Pasele ci prova con assidua costanza ma senza alcuna possibilità di successo. Lei è gentile, lo perdona per il suo essere così testardo, per niente magnetico, ma tutto sommato un tenero vicino e un buon amico. Quando le serve lo zucchero lui ce l’ha sempre a portata di mano. Lo compra anche se non lo usa mai, lo fa solo per lei, e lei forse ormai lo sa, o almeno lo sospetta, anche perché lui ha il diabete.
Quando è triste Pasele mi chiama, quando sono triste io gli telefono, quindi ci sentiamo abbastanza spesso. Non ci diciamo il perché, o che siamo divorati dagli impegni, non ci serve, ma raccontarci quattro storielle in croce ci fa subito stare meglio. Ci sfoghiamo delle sbatte a lavoro, delle infinite menate economiche, ci lamentiamo della fila in posta, ma senza mai menzionare in modo esplicito nessuno di questi temi scottanti. Altre volte invece siamo troppo tristi per stare a parlare, e per evitare di travolgere dall’alta marea anche l’altro discutiamo a monosillabi di questo e di quello, del risultato della partita della sera prima, o di
quanto sia bello il mare d’inverno, e poi ci rintaniamo nel buio delle nostre case nella notte, e guardiamo la strada brulicare di voci lontane e di stelle spente.
L’ultima volta che ci siamo visti era la settimana scorsa per fare due passi in centro, abbiamo bevuto una cosa fresca all’ombra morbida di una statua, seduti sui gradini ancora roventi, abbiamo fatto due grasse risate. Mi fa sempre ridere Pasele, di quelle gioie di cui si ha necessità come l’aria pulita, perché sennò si smette di respirare e poi si schianta. Quando ne ho bisogno lui c’è, e io per lui, almeno spero. Certe volte si demoralizza per via di Marta, io provo a distrarlo, a dirgli che il mare è pieno di pesci, che deve cercare di dimenticarla, anche se in tutta verità mi viene difficile essere davvero convincente, perché quando si ama
qualcuno non c’è altro che il deserto.
Esiste davvero una ragione che rende una persona sola, ed è l’incapacità di accettare le proprie emozioni. Se Pasele è vivo, io mi sono spento, poi allontanato, e nel frattempo frigno. Mi chiedo perché abbia lasciato il cervello boicottare il cuore. “Forse”, che parola anestetica, e quante ne ho dispensate, a me e agli altri, per raccontare sempre che dietro a un mio sto bene non c’era nient’altro, nella speranza che qualcuno non se ne accorgesse.
Non mi sono mai raccontato la verità, per paura che mi tormentasse più della fantasia.
Sono un manipolatore. Ho incolpato tutti per le loro reazioni ai miei comportamenti, ignorando quanto fosse attraente chiedere scusa. Avere voglia di cercarsi senza sapere se è giusto o no, un lusso per i folli, illudersi che la mia nostalgia sia anche la tua, sotto una luna identica. Non so donare a chi amo, né do motivi per rimanere, intanto però io non vado mai da nessuna parte e se posso, evito. Se cerco una relazione è solo con qualche donna lontana, magari in un’altra città, sposata o impegnata se possibile, che non possa in nessun modo invadere il mio spazio vuoto. Se poi la trovo, conto i giorni fino a che non distruggo tutto, e per farlo mi basta il silenzio.
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