di DIEGO PERUCCI

Capitolo 2
Il più grosso cliente del signor Gatti
Nel 1979 il signor Gatti Anselmo era il costruttore più attivo sulla piazza. Metteva le sue mani su tutto, palazzine e condomini, parcheggi sotterranei e sopraelevati, super e ipermercati. Tirava su la rimessa d’auto in fondo a viale Gaetano Filindi, rimetteva in piedi il vecchio deposito di autobus ormai mangiato dalla salsapariglia e raddrizzava le porte d’ingresso della caserma dei pompieri. Anche il mio condominio è opera sua. Viveva il suo sogno di bambino, s’era sposato da qualche anno, aveva un figlio piccolo e sveglio chiamato Martino, oggi è un tossico, e sua moglie Dora ne aspettava una seconda per il principio dell’autunno.
L’avrebbero chiamata Marcella, oggi possiede una macelleria equina e gioca d’azzardo. Il lavoro del Gatti andava davvero alla grande, era solo sulle ali del successo e camminava a un metro da terra con grandi occhiali da sole, mentre salutava tutti con ampi gesti e sorrisi soddisfatti. Non riusciva minimamente a immaginare qualcosa che potesse andare storto, e di certo non poteva aspettarsi che all’improvviso una nuova ditta avviata di fresco gli avrebbe dato del filo da torcere. Non era più solo, il monopolio era per la prima volta sotto una seria minaccia venuta dall’esterno. Il signor Panceri Edoardo veniva dalla provincia
profonda, figlio di una famiglia contadina e generoso di fratelli e sorelle, s’era fatto largo a gomitate, con la fame di quelli che vengono dalla polvere e dal letame. Aveva così finito calpestare i piedi al signor Gatti, che non era certo abituato alla concorrenza e indossava solo espadrillas.
Nel frattempo il Comune aveva aperto un bando per la realizzazione di un nuovissimo e modernissimo complesso abitativo che si sarebbe poi chiamato La Rosa, e costituito da ben quattro palazzine di sette piani ciascuna nella parte più vecchia del quartiere, proprio al posto del grumo cadente ma ricco di fascino dei palazzi dove prima sorgeva il circolo Arci, per l’appunto della Rosia. Appartamenti spaziosi e luminosi, adatti allo stile di vita dei tempi correnti, terrazzi ampi e garage modellati sulle misure delle auto di allora, più larghe e più lunghe, sennò la Polar non mi ci sta, cantine abbastanza grandi da poter ritagliare uno spazio per stipare la qualunque e alla fine dimenticarla lì, scordata per l’eternità dietro a muri
di scatoloni e polistirolo, cimiteri delle confezioni. Le case del futuro, ieri. Rientrava tutto in un progetto ambizioso di riqualificazione di un’area tardo medievale, in ottica di rilancio commerciale e abitativo. Un fiasco annunciato, totale e prevedibile. Sin da subito infatti l’idea non piacque quasi a nessuno, nel quartiere si formò addirittura un comitato molto partecipato di cittadini contrari al progetto di un ecomostro che cancellava la faccia storica del rione, ma ormai la macchina s’era messa in moto, gli ingranaggi erano stati oliati da interessi più grandi dei singoli esseri umani, da guadagni esponenziali e inarrivabili, e non
c’era più niente da fare o da dire. Presto poi tutti se ne dimenticarono, sommersi dalle altre grane che la vita di tutti i giorni gli poneva davanti senza sconti, come sabbia controvento negli occhi.
Un bel botto di soldi comunque, una fraccata improvvisa di lavoro che si accaparrò proprio il signor Panceri, secondo il signor Gatti tramite indebite pressioni su alcuni personaggi dubbi interni al Comune, non meglio identificati o comunque taciuti, che sfavorirono l’uno per pilotare l’altro. La carriera del Gatti precipitò in una voragine, il risentimento divenne gigantesco, ed essere costretto a vedere il Panceri ogni giorno al bocciodromo lo ha sempre fatto imbestialire. Quando si arrabbia gli si gonfia il collo e le vene blu paiono uscirgli di scatto dalla pelle.
Oggi La Rosa è un posto fatiscente e diverso, ci vive dentro una manciata di disperati, strozzati da spese condominiali sproporzionate. Gli ascensori sono tutti fuori servizio e menomale, sono trappole. Dai muri esterni si leva via l’intonaco che si sbriciola nelle mani, e bisogna stare molto attenti a quando si passa sotto ai balconi, perché c’è il rischio che ne caschi giù un pezzetto, anche piccolo è più che sufficiente, e ti colpisca sulla testa.
Successe a un tale venuto dalla Repubblica Ceca a far visita a un suo vecchio zio, una mezza dozzina di anni dopo l’inaugurazione del complesso. Camminava tranquillo lungo il muro mentre parlava con alcune persone, era un inverno particolarmente fradicio, e una piccola porzione di terrazzino, grande quanto una minuscola fetta di torta millefoglie, scelse di staccarsi come gli iceberg proprio nel momento sbagliato per seguire la peggiore delle traiettorie, precipitando dal terzo piano secondo le ben note leggi della fisica. L’uomo rimase a terra colpito e affondato, gli schizzi del suo sangue arrivarono fin oltre la finestra del piano
terra, disposti in una raggiera perfetta sui vasi di elleboro e ciclamini. La Rosa non ha mai portato bene, e partì sotto le peggiori premesse. Già all’inaugurazione ci fu un incidente rocambolesco tra due automobili a pochi metri dal nastro pronto da tagliare. Una ruota volante andò a colpire il nuovissimo e spalancato ingresso signorile, trovando una via alternativa all’ascensore. Ci vollero diversi mesi prima che il danno fosse sistemato, e costò un sacco di soldi al proprietario della ruota, che non aveva visto bene di schiantarci, in quell’incidente. Se una volta La Rosa svettava solo e moderno nel panorama del quartiere, oggi da qui non si vedono quasi più le sue terrazze invase dal sole e senza una pianta, coperte alla vista da altre case, più recenti, che un mattone alla volta hanno fatto sparire la vecchia splendida Rosia.
La vecchia Rosia è dove vivevano i miei nonni Aulo e Leda, la parte del quartiere dove andavo ogni domenica a pranzo con mamma papà e fratello, perché se non si va a messa, almeno dai nonni a mangiare pasta e fagioli e niente storie, sennò ceffoni a mano aperta in piena guancia. La casa dei miei nonni era gigante anche se ci vivevano solo in due. Non esisteva polvere, non ho mai capito come facessero, forse la mangiavano, e i pavimenti erano lucidi come i teschi delle Fontanelle. C’era un corridoio lungo e senza ragione, che collegava il nulla alla porta d’ingresso e tagliava a metà le stanze, qua e là qualche angolo spoglio sopravvissuto all’horror vacui degli anni che passano e di una vita che si accumula. Abitavano in un palazzetto piccolo e giallo slavato, ammassato con altre case all’angolo di fronte il Circolo Arci. Mio nonno ci andava tutte le mattine cascasse il mondo, conosceva tutti lì, e poi ancora ci tornava alla sera, se non era troppo stanco. Si portava attraverso i pochi campi carichi di gramigna ancora rimasti verso il bocciodromo, per una partita, o per frescheggiare sulle sedie di paglia, messe tutte in fila fuori lungo il muro. A un certo momento del tragitto c’era un piccolo terreno recintato da cespugli di ortica alti quanto me, nel mezzo una quercia enorme a fare un’ombra rotonda e perfetta. Dentro, protette da una
ringhiera ricoperta da metri e metri di rete metallica, viveva un esercito di galline, che per la notte salivano fin sui rami più alti del grande albero. Quando passavi strepitavano ammattite e aprivano le ali diventando aeroplani. Sembrava un balletto eseguito alla perfezione, se solo la perfezione fosse il caso. Erano le regine dell’isolato, ma un bel giorno via tutto, e al loro posto una farmacia nuova e sopra due piani di appartamenti. Anche la quercia secolare sparì.
Io mi bruciavo ogni volta con le ortiche, mentre cercavo di scavalcare la ringhiera per rincorrere le galline.
Mio nonno conosceva bene anche Alterio Tardelli, si salutavano sempre, si stringevano entrambe le mani con affetto sporgendosi un poco in avanti, e quando al boccio ci andavamo insieme prima del pranzo della domenica, mi comprava le caramelle alla fragola e panna che non mi piacevano per niente, ma a lui si e allora me ne sottraeva una pensando che non me ne accorgessi, quindi si spaccava di risate con il vecchio Alterio, che mi faceva l’occhiolino come a scusarsi. Invece io mio nonno lo sgamavo sempre ma lo lasciavo fare, anche se poi alla prima occasione me ne rubava maldestro un’altra. Intanto conversava con Alterio e altri clienti, parlavano di sport, di caccia, di altre cose da signori anziani che a me sembravano lontanissime e perdute. Ordinava sempre un Groppello e mi teneva per mano mentre lo beveva alla goccia. Mi pareva un bar sotto il mare. Un unico bicchierino, “giusto per schiarirmi la gola”, due parole di commiato amichevole con tutti e poi via, a casa di nuovo alla Rosia, dove oggi sta un abominio edilizio.
Mia nonna Leda nel frattempo ci aspettava a casa con i miei e mio fratello, che era più grande e voleva starsene lì a leggere i fumetti, e cucinava di tutto, da ore, compresa la pasta con i fagioli. A pranzo si conversava il giusto e non oltre, i nonni erano di poche parole, ma dispensavano sorrisi di dentiera e mi lasciavano correre lungo tutto il balcone che circondava due terzi della casa. Nelle giornate estive e piene di luce non volevo più andare via, perché verso il tardo pomeriggio quando il sole finiva dietro le case dirimpetto, riuscivo a spiarci dentro senza dovermi bruciare le pupille. Cercavo avventure da inventare, e così un anziano signore in canotta bianca e babbucce sfinite diventava presto un pirata in pensione, stanco del suo lungo girovagare per il mondo e i sette mari, e un gatto su un davanzale era subito una belva feroce, fuggita da un circo itinerante dopo aver ferito a morte il suo domatore. Di fronte, anche lei al primo piano, abitava una ragazza con i suoi genitori e le sue due antipatiche sorelle maggiori. Ma lei era dolce e gentile, sembrava panna, e ci parlavamo a gesti da lontano senza la necessità di capirci davvero. Quando potevamo, si scendeva in cortile a giocare e a parlare per ore, comodo io nella mia tuta felpata, comoda lei nella sua di ciniglia, e mi pareva di star sulle nuvole in alto, finché non ci richiamavano sul
nostro pianeta strillando dalle finestre. Siamo stati amici di una amicizia intima e profonda ancora prima di sospettare cosa fosse l’amore e immaginarci anche solo l’idea di un bacio. Non ho mai saputo dov’è finita, un giorno si erano trasferiti e nella sua casa non c’era più lei ma altra gente, un’altra famiglia che non mi interessava. Chissà dov’è. Chissà chi è adesso. Mi chiedo solo ora se mi ha dimenticato, o se invece sa che l’ho pensata sempre, ogni giorno, senza saperlo.
Mi piaceva stare dai nonni.
Secondo il Gatti “Era molto meglio prima! Quel pazzoide malato arrivista del Panceri La Rosa l’ha tirata su con i muri cavi per risparmiare sui costi, sono fatte con i grissini quelle case madonna cieca, e un giorno verranno giù tutte d’un botto”, e il Gatti sarebbe pronto a scommetterci fino all’ultimo centesimo, a indebitarsi per questa puntata se necessario. Rischierebbe senza problemi di finire sul lastrico, perché “chiunque in città sa che quel cane tagliava a destra e a manca. E chissà quanti cadaveri ci troveranno in quelle colonne”, dice sempre il Gatti quando beve almeno tre grappini.
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