LA RETROGUARDIA SENESE


La Retroguardia senese


Era tardi per essere in anticipo, è chiaro oggi, tredici anni dopo. Ed era il posto sbagliato, il luogo che dice di no senza ascoltare. Questi sono appunto gli spazi che attirano gli artisti, anche se “artista” nel vernacolo senese sta a indicare un
fannullone, una nullafacente senza un’occupazione concreta e prospettive oggettive. Essere dove non ti vogliono, volere chi non ti vuole, insistere e sobillare nutrendosi di ipotesi spesso sbagliate. Quel duemilatredici ha intaccato il corso di molte nostre vite. Portavo in giro Il Sopruso Silente, una mostra collettiva
itinerante di parole scatti e tele che passavano da furgoni, ad auto, a braccia. Tanti passi su e giù per il centro di un’Italia ancora inconsapevole di quasi tutto quello che le sarebbe accaduto, rendendola luogo di cinica disperazione e secchezza climateriale. La tappa senese parte accogliente e vuota, del resto cosa c’è di più accogliente del vuoto? L’incontro serale di poesia all’allora Galleria di Idee è quasi deserto. Usciamo per strada, vestiti come carcerati, prigionieri
dei versi che non potendo restare dentro, sono metafora perfetta dell’evasione. Fuori ci scansano, non fa freddo, non è tardi. Noto un capannello di giovani, recito e passo loro le pagine, non prendono parte al reading, ma leggono in silenzio. Avevano vent’anni, vent’anni dopo i miei. Quella sera ce ne andiamo insieme. Loro torneranno agli incontri e verranno a trovarci a Scalvaia, che vive l’assurda condizione di una popolazione costante, qualcuno arriva, qualcuno muore. Uno di
quei posti destinati a segnare record silenziosi di creatività sotterranea. Quel gruppo di artisti divenne collettivo e prese parte a un decennio incredibile. Insieme si dimostrò con largo anticipo come la provincia fosse la chiave autentica per il nido delle idee. Arrivi senza fretta e riparti con la strada che sembra sempre più lunga, perché non te ne vuoi andare.
Anni di mostre alla neonata Casa Là Farm Gallery, se ci possono essere gallerie domestiche, ne possono esistere di rurali. La fattoria che ha per finestre quadri, versi e foto, e per animali orwelliani una schiera irriducibile di artisti antiumani. Con buona pace dell’antropocentrismo, l’arte sa da tempo che il centro non è il creatore, ma il creato. Così non è chi fa, ma ciò che esce ad essere oggetto di discussione. Per questo le sere tracimavano nel tentativo di acchiappare un’idea riassuntiva. A volte la trovavamo nel dileggio, nel prenderci gioco dell’ego di
chi credeva – figlio di ogni tempo – di potersi sopravvivere.
Si susseguirono le mostre tra scale e studi. Gli esclusi di Siena divennero appunto la Retroguardia, il nome mi uscì pensando che è una buona posizione per disobbedire e disertare. Se non ti hanno dato nulla perché niente hai chiesto, puoi sentirti leggero. Le liste sono come i curricula, sono lavoro di biografi, alla peggio
di storici. Eppure dall’incontro sono uscite una dozzina di esposizioni, decine di reading, sei libri, centinaia di cene e un concorso d’eleganza che di elegante aveva solo Bollani in giuria.

È tanto? È tanto si sia ancora vivi a raccontarla.