
GUTTA CAVAT LAPIDEM
Le poesie di Adriano coincidono con un percorso lungo circa tre anni, un cammino non privo di inciampi e di ripensamenti, in una Siena indifferente e complicata, trovando infine la loro forma definitiva in una fresca serata estiva a Scalvaia, nella boschiva provincia di confine, lontano dalle fosche tinte che hanno ispirato il suo lavoro. Dietro l’angolo di un palazzo del paese si nasconde un mosaico, campeggiato dalla scritta GUTTA CAVAT LAPIDEM. Hai eroso le mie certezze/ Che erano pietre, scrive Adriano, in una sintonia quasi inaspettata con ciò che lo circonda, con l’aspetto materiale e tangibile delle cose che descrive. Nella poesia di Adriano non ci sono infatti diretti riferimenti a Siena, tantomeno ai suoi luoghi, ma si legge fra le righe e senza difficoltà, per chi conosce abbastanza il territorio, il torpore e l’immobilità della città, le sue colline di sfondo, pesanti e terrigne, calma piatta che si trasforma in subitanea tempesta interiore. Una toponomastica tutta personale, fra gli angoli della coscienza e le piazze affollate di solitudini. Non ha connotazioni territoriali particolari, non elenca i nomi e non ci fornisce indicazioni, ma è innegabile ritrovare riferimenti ai boschi, alle coste toscane e al suo mare, alle colline che si fanno più alte fino ai monti di Scalvaia, dove anche i muri di altri secoli paiono convivere con lo stesso stato d’animo del poeta, a tratti confuso o stordito, a volte consapevole della vacuità dei nostri destini. Tutto finirà, i versi, la poesia, le persone, forse solo la Natura potrà sopravvivere al tempo, ma tutto, compresi i muri, svanirà, goccia dopo goccia. Ogni cosa scompare senza testimoni. Passa tutto.
Adriano ha la testa piena, di sciocchezze e di fantasie, di riflessi di luna e tagli di luce, dove l’ombra si ritaglia il suo spazio, ha la testa piena di dolore e di una strana rabbia, serena e lasciva, a tratti scolpisce la natura fra i rami degli alberi, si arrampica per veder le stelle da vicino. Il corpo si ripiega e si adatta, si trascura e si trascina nelle epoche, la luce dei secoli si posa sulla schiena curva di chi cammina. Si passeggia nel buio enorme e sconfinato della notte toscana, guidati da un cielo profondo e colorato di nero, a cercare i rami rotti delle querce mangiate dall’edera, i lecci abbandonati. I muscoli del collo si rilassano, cercano finalmente di aprirsi. Lo sguardo si scioglie e la testa volge in alto, dove non aveva sin qui osato guardare, i problemi si dissolvono e prendono un’altra forma, la testa si svuota, per essere riempita nuovamente. Adesso, il cielo nero si colora con un sole accecante, che invade tutto e sconvolge le forme, tutto è cambiato nuovamente, la notte lascia il posto al giorno, che continuerà ancora questa lenta danza. Adriano ce lo confessa, ha la testa piena e non vuole sapere niente, ma il finale non è scritto, la battaglia non è persa, la confessione tradisce quello che è il percorso nella narrazione delle poesie, il percorso di un lottatore che sempre si rialza e imperterrito ritenta, così come i suoi personaggi, che nel cielo della notte / E nelle altre cose mute ritrovano finalmente la serenità.
Quando sono stato chiamato da Adriano per una prima lettura delle sue poesie, ho tirato fuori dal cassetto un piccolo plico di fogli battuti a macchina e tenuti insieme da una molletta. E muore nella sua forma originale, con correzioni già a penna. Il foglio di carta paglierina datato 2012 testimoniava ai miei occhi il lavoro di revisione da allora affrontato dal poeta. Il componimento si è trasformato diverse volte, si è dimezzato nella sua lunghezza, ha appaiato sullo stesso rigo versi precedentemente separati, trovando un ritmo, il suo solco, forse quello stesso luogo Dove gli uccelli stanche di volare / Si posano. Come questo, nel tempo si sono accumulati nel mio cassetto altri fogli, altre estemporanee di Adriano, ognuna con una sua complicata e lunga storia, a partire da quel momento, minata dal rigore solitario di un amico sfuggente, messaggero latente di revisioni poetiche e frammenti sparsi. L’universo di Adriano non aveva ancora trovato una forma, una via di uscita, passando anni nel cantiere delle successive redazioni, ma l’autore non aveva fatto i conti con l’azione accentratrice di uno dei luoghi più emotivamente e creativamente vivaci per lui; Scalvaia nutre in seno da anni il germe della curiosità, la passione per il gusto e il mistico cinismo della creatività, culla i pensieri più liberi del nostro poeta, accompagnandolo per mano nel vortice profondo da lui creato. In Casa Là Farm Gallery, avamposto della sedicente Retroguardia senese, manipolo di creativi che ha in qualche maniera avuto a che fare con la stessa Siena di Adriano, il poeta è riuscito a piegare le poesie al suo volere, lasciando che intravedessimo la loro profondità, l’emotività di cui sono composte, celate dietro ad una apparente tristezza vuota e disillusa. In questo paese, tagliato fuori dalle rotte turistiche toscane più note, è nato e si è sviluppato a partire dai primi anni dieci del nuovo millennio una sorta di circolo culturale e artistico, dove all’arte si sono alternate la letteratura e il teatro, la scultura del legno, la convivialità del vino e del cibo. Qui Adriano Benocci è stato accolto insieme ad altri creativi più o meno giovani, più o meno noti, creando una sottile ma robusta linea di continuità fra loro e la loro arte. Momenti di riflessione e di attività speculative hanno donato alla esigua comunità di Scalvaia un luogo importante e di rilievo, dove nulla è dato per scontato, dove ogni singola espressione è sottoposta all’attenta riflessione di tutti coloro che attorno vi gravitano, senza gerarchie o prevaricazioni dettate dall’economia dell’arte tanto in voga nella Siena provinciale e ignorante dalla quale Adriano cerca di fuggire ogni giorno. Dietro la porta d’ingresso della Factory culturale meno esposta della penisola, si andava formando anno dopo anno un intenso crogiuolo di intenzioni artistiche e vere passioni, lontano dagli occhi indiscreti di galleristi avidi e ottusi, di artistoidi arrivisti ed egoismi piccolo borghesi, di un mondo dell’arte e della cultura oramai compromesso con le grandi leggi di un mercato che nulla ha a che fare con tutto questo. Gli artisti, in Casa Là, hanno potuto fare affidamento su una collaborazione continua e spassionata, rendendo la scalata verso la maturazione per il nostro Adriano più semplice, sgravata dal rischio di caduta grazie al supporto di alleati scalatori, che con una corda legata in vita precedono e seguono chi sale, impedendogli di precipitare nell’autocompiacimento o nel vuoto mestiere prettamente economico che a Siena, così come nel resto di questo Paese, piace tanto. Qui Adriano ha potuto sviluppare la sua riflessione culturale, ha potuto creare ciò che aveva per lui un reale interesse, senza preoccuparsi di dover accontentare mercenari attenti solo al vile denaro o all’immagine fine a se stessa, impegnati in una stupida guerra fra poveri, nella speranza di essere infine regnanti su troni di paglia, re o regine di miseri regni. Qui ha potuto rileggere i suoi componimenti, donandogli l’aspetto che possiamo apprezzare oggi; poesie dirette, accuminate e taglienti, e a tratti sconvolte, travagliate, dilaniate da conflitti interiori, che si risolvono sempre nelle nuvole di un cielo plumbeo anche se assolato, mai terso. L’abbandono, la solitudine, l’emancipazione dal dolore e dai sentimenti tutti, un arto fantasma, Adriano ha scavalcato il suo passato, escorcizzandolo alla luce notturna. Le ombre abitano il filo delle sue sommesse invettive, delle sue recalcitranti passioni, tenute al guinzaglio per non mordere, assopite e ora rinsavite, nascoste e fiere di mostrarsi. Il contrasto di ogni rigo con il successivo è a volte evidente, a mostrarci un rimescolamento delle sue emozioni sempre costante; basti pensare alla guerra o al figlio che arriveranno, estremi opposti di un lasso esistenziale, più che temporale, o alla paura del poeta, Dello schiaffo come della carezza. Le aspettative per la vita e per le persone possono essere molto differenti, ma sempre estreme e in contrasto; tantomeno mancano i ripensamenti, espressi fra mille dubbi e conservati nelle poesie, a testimonianza di un percorso creativo frastagliato, come ben ci mostrano i versi Io lo so adesso, e anche tu / O forse non basta.
Nei mesi estivi del 2018 si infittiva la nostra corrispondenza, anche telematica questa volta, per accordare gli ultimi incontri scalvaiesi e discutere in quella sede di tutto ciò che ci passava per la testa, di ogni novità, di nuovi ripensamenti. Fogli alla mano, abbiamo intrapreso diverse volte una viscerale discesa, a cercare fino all’ultimo le abbaglianti pieghe luminose nascoste in un abisso profondo e spaventoso, armati di antidoto contro le mostruose creature che lo popolano. Le stesure continue nell’arco degli ultimi tempi hanno sviluppato un piccolo universo, il suo mondo, cinereo ma ineffabile, tangibile solamente per pochi istanti, già perduti nel buio di un’ombra. Di poco precedente all’estate è la scelta di Adriano della citazione iniziale. Le Nuvole del poeta portoghese Fernando Antonio Nogueira Pessoa fissano un punto fermo in alto nel cielo, ci danno il metro di quanto tutto sia inarrivabile, transitorio, lento e costante. Nel cielo di una magnifica Lisbona invernale Adriano ha visto le stesse nuvole del firmamento toscano, nuvole che scorrono via veloci, a passo felpato, nascondendosi all’orizzonte per ricomparire all’infinito, simili ma sempre diverse, testimoni del brulicare umano e confuso sotto di loro. Le nuvole di Adriano si addensano, si gonfiano di pioggia, fuggono via, lasciando al poeta lo smarrimento che si prova a non essere eterni, nella consapevolezza che poi tutto scorrerà, come le nubi che passano, e tutto, ogni cosa e ogni vita, avrà una fine. Gutta cavat lapidem.
Diego Perucci

L’inutile non è di casa
Le parole che Adriano Benocci lascia sfuggire dalla sua testa piena (il titolo è evidentemente tronco e quindi un ponte aperto verso chi legge, che può scegliere come completare la frase) si intrecciano e ricercano, creando enjambement tra le pagine, richiami a fior di distanze rese ininfluenti. Il confronto con il tempo e l’infinito dominano il dolore nella sua veste più naturale, e quindi più cruda. Soffriranno, soffriremo prima e dopo queste parole, ma qualcuno si sentirà meno solo.
Ci sono, percepibili, gli echi assimilati delle rivoluzioni avvenute molto prima della nascita del giovane Adriano; sentori di quello sconvolgimento sudamericano che scoppiò in Cile negli anni sessanta, che infiammato nel 1973 dal golpe di Augusto Pinochet come una diaspora invase un mondo fragile, inquieto, fertile. Se la poesia di Julio Numhauser è l’humus nascosto di queste liriche non lo scopriremo chiedendolo all’autore, anche se lo negasse, un legame profondo c’è tra ciò che ci nutre e la digestione. Se non scrive di lotta, non apparentemente, Adriano, di sicuro parla già di sconfitta, se non perde di vista l’amore non lo fa con la sicumera di dominarlo, ma col desiderio di viverlo, comunque vada. Il nesso sta nel cambiamento, in quel Todo Cambia che è sfociato nell’assoluto smarrimento che ha seppellito il ricordo delle sfide degli esuli sudamericani, annullati di fatto in questi anni annoiati, dal terrore per gli sconosciuti, dalla ricerca millimetrica di differenze per giustificare la rabbia inesplosa dei vigliacchi.
Il filo sudamericano continua deciso nel ribaltarsi delle emozioni che Adriano scarica come una catiuscia catartica. L’amore è contrastato come in un altro Julio -meno noto- Vulcano, anima inquieta e cosmica messicana. Del resto cosa ci sta a fare la citazione di Fernando Pessoa se non ad indicare l’ovest cui rivolgersi, lanciandosi a occhi chiusi e bocca spalancata per placare quella fame di genuinità e purezza. Le parole iconiche dei migranti – naufragi, annegamenti, salvataggi- scorrono ripetute nelle liriche anche quando trattano di tutt’altro, con stilettate nette e mortali, ma mai disilluse, fino a richiamare alcune pièce dell’argentino Norberto Presta.
Due altri affondi restano, prima di lasciare spazio ai versi: il senso fotografico delle immagini, in cui le parole diventano irreparabilmente pezzi di collage che solo alla fine della lettura, non della singola lirica, ma dell’intero lavoro donando una visione d’insieme che necessita di qualche passo indietro e molti avanti; il secondo, quel bisogno disperato di amore, che tutti viviamo, ma sempre meno ammettiamo. Adriano lo grida.
Sandro Fracasso