di Diego Perucci

Un romanzo a puntate come nelle splendide edizioni del secolo scorso.
È un fatto strano, ma se qualcun altro decide quanto di un libro tu possa leggere per volta, ne vorrai di più, immancabilmente. Ed è un bene, perché questa storia parla di qualcuno che per fortuna saresti solo potuto essere o per sfortuna sei finito con l’essere. Cresciuto in una borghesia del “più tutto per tutti” (cit.), Alfredo si ritrova a incarnare l’ultimo vero borghese nativo in un mondo che si è ritrovato a indossare il costume asfissiante di una borghesizzazione collettiva. Come tutte le esperienze di massa arriva, si impone e termina appena ti ha svuotato di vitalità e diritti.
Così Alfredo si sente più solo, sdraiato per terra a osservare il caldo prosciugargli le giornate. Come si può decidere se le riserve di scelte sono esaurite? Ma soprattutto come puoi farlo se per tutta la vita hai creduto che le cose sarebbero sempre andate meglio e che attorno ci sarebbe stato un incantesimo fatato che si sarebbe preso cura di tutto il resto?
Alle ortiche,
alle fragole,
alle delusioni.
Si muove la città
con le piazze e i giardini
e la gente nei bar
Lucio Dalla
L’uomo della strada
è la più valida difesa
contro la guerra
Ernest Bevin
Capitolo I
Bocciodromo Tardelli di Tardelli Nicodemo
Quindici, forse sedici, poi si è arreso. Già al decimo tentativo ha preso a vacillare,
arrancando il braccio destro e legnoso che non riusciva più a reagire come avrebbe dovuto.
Quindici o sedici volte nelle quali si è detto ora ce la faccio, o la va o la spacca, ma alla fine niente, non è andata più in là di così. Quella cazzo di finestra non si chiuderà mai come prima, è da mesi che fa questo gioco e ci prende tutti per il culo. In sincerità non è che me ne freghi davvero qualcosa, ma da quando è rotta il clima qui dentro si è fatto peso.
Ognuno di noi ha avuto la sua occasione per estrarre Excalibur, e adesso tocca a Nicodemo, il titolare, sudarsi un tentativo estremo. Prova una volta, non ci riesce, e allora si china tra lamenti e opplà soffocati dalla rabbia, in cerca di qualche pagliuzza che magari forse ostruisce la guida di plastica ormai ingiallita. Nessuna pagliuzza, solo un’ingobbatura del legno sformato dall’umidità e dal tempo. Sembrano parti diverse di oggetti diversi. Vecchia finestra della malora, Nicodemo smadonna brutto.
Fuori fa un caldo opprimente e c’è il sole a fiamma ossidrica, una cruda assenza di vento, l’aria pesante, poche macchine nella via, quasi nessun rumore, se non i rari camion della tangenziale vicina. In giro non c’è ancora nessuno. A un nuovo accenno di resistenza della finestra rotta – sembra un tasso ferito – Nicodemo lancia un’altra bestemmia forte e pensa al lusso prodigioso di poterle dire.
Quindici o sedici tentativi. Ha anche rimuginato a lungo se lasciarla aperta del tutto e via, ma poi i ladri sarebbero entrati a festa in fila italiana depredando il bocciodromo, un miliardo di cavallette in un bel campo di pannocchie a ferragosto.
Nicodemo si alza, si lagna e sparisce borbottando nel retro. Torna con una cassetta per gli attrezzi molto vecchia, resuscitata da un armadio di lamiera ancora più vecchio. La sbatte con fracasso su un tavolino e si mette a ravanare quasi impazzito, cercando il seghetto sacro o il martello magico che lo renderebbe finalmente libero, anche se non ha un’idea ben precisa di quale strumento usare per rompere questo incantesimo. Tira fuori tutto alla rinfusa, ma poi sceglie un lungo cacciavite piatto, un po’ sbiellato in punta e non molto adatto a questo tipo di sbatta. Opplà di nuovo e giù sulle ginocchia, sul duro marmo
della stanza. D’improvviso si sente un clak, è una crepa nel vetro che si è aperta impudica.
È andato tutto in vacca, ma ormai si deve partire a razzo con il lavoro, è già tardi. Giù allora nuove bestemmie ruvide e quadruple.
Il bocciodromo del quartiere della Rosia è stato a lungo una polverosa istituzione.
Qui si stringevano mani di carta vetro prima di far rotolare bocce colorate e veloci, un piccolo parco giochi per improvvisati Mata Hari di provincia. Qui hanno fatto la Resistenza, in queste stanze si trovavano di notte le Fiamme Verdi, per discutere e decidere e poi sabotare, al riparo dalle vigliacche ronde fasciste che ramazzavano la città. A quel bancone si paravano in fila gli americani a cose già fatte, dopo aver distribuito cioccolata spessa tra due ali sghembe di folla, mentre negli anni di piombo si dice che in queste sale si organizzassero cose turche, che si facessero piani elaborati quando intanto si dava fondo in silenzio e a lume di candela alle bottiglie di bevande spiritose prodotte in clandestinità. Al piano superiore le stanze a pernottamento erano sempre tutte occupate da viaggiatori e
turisti, venuti da tutta Italia e anche da fuori, ma oggi sono sfitte da ere geologiche e immutate nella forma, mentre la muffa nera si impossessa senza requie dell’intonaco rimasto metà beige e metà bianco.
Tra radi bianchini e caffè corretti vino rosso volo con passo felpato, tutti mi vedono nessuno mi calcola. Esisto solo per un ordine o un altro, o da segnapunti nella più lusinghiera delle ipotesi. Tutti di base pensano che io non faccia mai un cazzo. Il mio nome Alfredo lo dovrebbero conoscere benissimo, e così il cognome Quaranta, ma non credo di averli mai sentiti pronunciare in modo corretto da alcuna bocca madida di grappa nei quattro anni, dieci mesi e tredici giorni che lavoro qui.
Prima di approdare al bocciodromo ho fatto decine di lavori e lavoretti, tutti
infallibilmente lontani dal mio percorso di studi. Sono stato cassiere al supermercato qui vicino, ma la paga arrivava sempre troppo tardi e mi sentivo più un automa senza cuore che un impiegato. I colleghi poi erano sempre stanchi e un po’ antipatici. Durante le pause sigaretta se ne stavano sempre tutti muti e mogi a guardarsi la punta dei piedi. Prima ancora facevo gli inventari nei centri commerciali. Mi svegliavo alle quattro di mattina per essere là alle cinque che ancora era buio e triste, infilavo per tutto il giorno le braccia nude dentro a scaffali di ferro infiniti, per contare prodotti tutti uguali tra loro, e me ne tornavo a
casa la sera distrutto, depresso e graffiato fino al collo. Avevo gli incubi, sognavo ogni notte chilometri e chilometri di prodotti, tantissima plastica nelle confezioni. Ho fatto anche il messo comunale del Censimento per un breve periodo. Un vero buco, entravo a casa delle persone per fare domande stupide a cui nessuno aveva voglia di rispondere, ma tutti avevano bisogno di parlare dei fatti loro, e tanto anche. Quindi mi ritrovavo in salotti imbalsamati a guardare vecchie foto incorniciate, a dirottare continuamente la conversazione sulla necessità di risposte, dagli aneddoti confusi dalla nebbia del tempo e arrabattati dagli scherzi che tira la sottile memoria umana. E poi i caffè. Me ne offrivano a tonnellate e la sera ero sempre molto nervoso e ancora senza soldi. Un’acidità di stomaco
infinita, sia per la caffeina che per il salvadanaio vuoto. Poi il giardiniere, inserimento dati da remoto, rider, centralinista, lavapiatti, magazziniere, vendita di aspirapolvere porta a porta, garzone in un fruttivendolo, solo per citarne alcuni.
Quando sono arrivato questa mattina alle otto precise il capoccia era già ritto sul posto, strofinava con il suo straccetto feticcio quello che gli capitava per le mani guardando lucido il bancone color marron glacé. Nemmeno mi ha salutato, mi ha spiato solo un pochino da sotto le sopracciglia da camelide per poi proseguire senza mai sbattere le palpebre. Strapazzava con movimenti secchi e quadrati bicchieri e tazzine tanto da opacizzarli, mentre la televisione ormai accesa si diffondeva come un malanno epidemico.
L’aria era già invasa dall’odore pungente di anice, anima della sambuca e fantasma intrappolato per sempre in questi vacui locali. Chissà cosa direbbero se potessero parlare queste pareti, a volte quando mi trovo solo le interrogo, ma non mi rispondono mai.
Il Bar Bocciodromo Sali e Tabacchi Tardelli di Nicodemo Tardelli aprì in pompa magna nella tiepida e soleggiata primavera del 1937, in una bella mattinata carica di aspettative e buena vibra. Il grande stabile su due piani con campi da gioco annessi fu acquistato da nonno Alterio Tardelli, con il denaro proveniente dalla vendita dei terreni di famiglia, miracolosamente sopravvissuti, o almeno così riporta Nicodemo quando parla della sua famiglia, ai sistematici espropri fascisti di quegli anni. Passò indenne quel che rimaneva del Ventennio e seppe stare a galla tra le macerie delle case crollate, quando i soldi da spendere al bar o alle bocce non c’erano e le preoccupazioni erano ben altre. Prendeva quindi una bella spinta in avanti grazie al volano del miracolo economico, circondandosi di
Vespe, Lambrette e ragazzi cosparsi di brillantina che volevano finalmente scialacquare i loro soldi per sembrare più americani, o forse solo per essere più felici senza motivi apparenti. Dev’essere stato un bel posto a quel tempo, la gioia immotivata, la gioia pazza.
Persa ormai tra le bottiglie impolverate di Cynar e Anisetta Meletti c’è ancora oggi una fotografia incorniciata, ritrae il boccio nei primi mesi di attività. La strada non ancora asfaltata e gli alberi alberelli. Degli uomini baffuti con il vestito buono della domenica abbracciano sorridenti Alterio, elegantissimo e sodo con grembiule scuro, sono tutti in posa all’esterno del bar. Dietro, spuntata nell’ombra nera disegnata da un sole feroce, si intravede arrivare la moglie Beppina Marchetti in Tardelli, il viso accigliato e naturale di chi non sapeva ci fosse uno scatto in corso, una fiaschetta di vino in una mano, una pannuccia sgualcita nell’altra. Questa immagine se ne sta lì da una vita intera, nessuno la spolvera mai e il bianco e nero ha ormai virato depresso verso un seppia scolorito e triste.
All’epoca circondato dalla verde campagna, oggi il boccio soffoca tra una giga rotatoria, un sexy shop non ancora fallito e la concorrenza spietata di una tavola calda a conduzione albanese, ormai è un cardine arrugginito alla periferia ovest della città.
Da diverso tempo non naviga in buone acque, i debiti accumulati da Nicodemo e i
problemi irrisolti di gestione con il fratello Angiolo impediscono al locale di avere sempre la dispensa piena e la cassa sonante. In più la moglie di Nicodemo, Adelaide, detesta da quando ne ha memoria questo posto e cerca costantemente di convincere il marito a vendere a qualche altro disperato, per liberarsi di questa piaga d’Egitto. Lei vorrebbe andarsene via, cambiare città, cambiare vita e colore di capelli, ma Nicodemo non cambia mai idea, lui qui ci vuole restare e magari morirci, dietro a quel bancone. A noi dice sempre, quando lei non è nei paraggi, “ma che ci vorrà andare a fare da un’altra parte, che qui si sta di un bene”, e mentre lo dice gli viene la faccia un po’ più equina e oblunga del solito. Adelaide passa meno tempo che può al boccio, ci viene solo per scaricare il figliolo
Cosimino a Nicodemo, che lei intanto c’ha da fare i soldi veri. Quando è qui si indispone per ogni cosa, sbuffa e rimbrotta il marito, lo attende al varco, aspetta un suo passo falso per poi farglielo notare, per fargli capire che qui va tutto male. Nicodemo non riesce però a vedere le cose dalle giuste angolazioni, qui la situazione non è proprio rosea, si annaspa come rospi nella polvere.
Tuttavia per alcuni personaggi passivo-aggressivo da tappezzeria, di quelli che per levarli a chiusura servirebbe un idrante, il bocciodromo Tardelli rimane ancora una solida istituzione. Ignorano gli strati di lurido e l’odore di stantio, così come la pessima compagnia. Vengono qui, si parcheggiano sulle chiappe a giornata, biascicano assertivi e se ne vanno quando hanno finito i loro soldi, guadagnati in anni di duro lavoro e sudori freddi, ma poi ritornano sempre al versamento della pensione successiva, viva l’INPS. Nel frattempo accumulano montagne di debiti con il bar. Il campione indiscusso di questo sport è il signor Cottarelli, viene qui da sempre e non paga mai. Credo che debba a Nicodemo qualcosa come sei o settemila euro. Segna tutte le sue spese su un foglio gigantesco, che poi ripiega in sedici e infila nel buio di una tasca, insieme a una matitina dell’Ikea. Le poche frequentazioni di questo posto sono ormai le stesse da decenni, solo i morti hanno smesso di venire. Uguali da decenni sono anche i loro modi bruschi, i loro abiti âgé e le loro strane acconciature.
Il Lui medio ha basetta sproporzionata rispetto al resto del cranio, capello rado e unticcio con un riporto improbabile sul grigio tombino, una vecchia giacca sgualcita color piccione/tortora/ciclamino, pantalone a palazzo con pieghe a vita altissima quasi ombelicale, camicia giallina/azzurrina/bianchinasporchina a maniche corte e un poco slisa, sotto si intravede la immancabile canotta della salute un tempo bianca e a costine di cotone. Il tutto è finito da una collanina d’oro che scende sulle rughe stese tra le clavicole. Parlano tutti come Raimondo Vianello e si muovono come Gino Bramieri. La Lei tipo ha invece capelli bruciati e sottili, sfibrati e chiarissimi, trasparenti quasi e con una forma di volta in volta differente, comunque esule dalla geometria tradizionale che tutti crediamo di aver imparato a scuola. Gli orecchini e i bracciali dindinnano pacchiani, più rumore fanno più se li invidiano, tacchi, tacchetti e rossetti picchettano il cervello anche ai sordi. Molte di loro portano spille enormi impossibili da non vedere, sono di ogni tipo, d’oro, con pietre incastonate, di panno lenci colorato. Comunque le mogli dei clienti fissi si vedono poco spesso, giusto alle feste telecomandate, ai tornei di bocce o di pinnacolo, o per venire a riprendersi per le orecchie i mariti dispersi da ore. Hanno tutte quante quel modo di parlare un po’ così, che ricorda Sandra Mondaini, ma si muovono come Nilla Pizzi.
Ho altri due colleghi, Mariana e Sarvo. Mariana Mastrocola viene da Avellino provincia e fa questo lavoro da cinque anni, intanto studia oboe al conservatorio cittadino giù in centro. Mariana è più giovane di me, ha da poco compiuto trentadue anni, ma sembra molto più grande, per non dire vecchia. Per il suo compleanno era al lavoro qui al bar, perciò le abbiamo preparato una specie di festa a sorpresa spegnendo le luci e accendendo una candelina infilata in un muffin rinseccolito, ma è andata malissimo. Meglio non organizzare mai nulla a sua insaputa, se tieni anche solo un pochino alla tua vita.
Mariana è sempre arrabbiata perché suonare l’oboe è una vera rottura di palle. In uno dei suoi rari momenti di condivisione mi aveva spiegato che l’ancia dello strumento è doppia e perciò se la deve costruire da sé il proprietario. Un lavoro lungo e costoso, quando poi su dieci ance forse ne funzionano tre o quattro. La loro condizione precaria le obbliga poi a essere sempre bagnate, così ai concerti l’oboista, armato di voglia e pazienza, si tiene accanto una bacinella colma d’acqua.
Sarvo invece di cognome fa Mariotto, e sebbene lui sia nato qui in città, la sua famiglia è originaria della provincia di Terni e si è trasferita in coro all’inizio degli anni ‘80. Sarvo è un nuovo assunto, più giovane anche di Mariana e parecchio incapace, perciò sia io che quella iena in cattività ce lo dobbiamo smazzare nei tempi morti tra un cliente e un altro, cercando di spiegargli come si fanno le cose nel modo giusto, come si preparano i caffè pressando bene la polvere, o come dare i resti senza incartarsi con i conti. Non è però cosa sua, non si prende il culo con le mani.
A salvare questo posto dall’oblio e dal fallimento è solo la sua ottima posizione,
diventata negli anni strategica man mano che la città gli cresceva attorno, spargendo ai quattro venti cemento e catrame. Il boccio bivacca infatti vicino alla tangenziale, all’incrocio di una delle zone più trafficate della città per chi viene da fuori e per chi da qui invece se ne va. L’unica cosa a funzionare, almeno a fasi alterne, è il tabacchi, con la gente che si ferma al volo per un accendino, per le sigarette o solo per pisciare prima di prendere l’autostrada, e già che c’è si compra pure un gratta e vinci. Hanno tutti gli occhi fissi sulla monetina di rame e la bava alla bocca. Si infilano a forza tra il tavolo vicino all’ingresso e il frigo delle birre in bottiglia, grattano con tutta l’avidità che possono, mentre la formica
sotto le mani trema a turni regolari, perché la pompa dell’acqua fa le bizze e si sfoga sulle parti mobili come sui vetri, circondando di vibrazioni l’aria e le persone. Nessuno però ci ha mai vinto niente qui, nemmeno due miseri euro da mettere uno sull’altro. Una delle più attive nel tentare la fortuna è la signora Gilda, vedova da almeno due anni. Ogni giorno passa prima di pranzo, si beve un Crodino e fa la sua giocata. Sceglie sempre quello dove si può vincere una vacanza per il resto della vita, e dice che se vincesse lo darebbe alla sua
nipotina Giada, che a lei di vita non ne resta molta, e quindi dove vuoi che vada. Quando poi perde si lascia andare sconsolata e si guarda attorno per la prima volta. Solo in quel momento capisce di trovarsi in un bar vuoto, diverso da quello stesso posto in cui il caro marito Gino la portava e la faceva accomodare spostandole la sedia. Seduti a tavola, mi dice sempre, sognavano di partire. La signora Gilda è gentile con me, anche se è un po’ triste.
Il bar boccheggia, la trattoria non ospita quasi mai nessuno e le piste di bocce sono frequentate solo nel fine settimana e talvolta alla domenica, quando i pensionati vogliono osare un po’ di più con il divertimento e gli si risveglia un agonismo altrimenti sopito.
Iniziai quasi per caso a lavorare al bocciodromo per sostituire un mio vicino di casa, Marcello Guacchi, di pochi anni più grande di me, ora latitante in Uruguay dopo una condanna per truffa aggravata. Quando fuggì dall’Italia l’intera faccenda finì sui giornali per giorni, anzi settimane, fino a che dal nulla non fu sostituita dalla storia di un gattino che suonava Take on me degli A-ha al pianoforte. Il Guacchi era comunque un trafficone già molto tempo prima di lasciarmi questo posto da sguattero che ho ereditato. Pasticciava con
autoradio rubate da chissà chi e le rivendeva a gente trovata chissà come, invitandole nella sua cameretta per effettuare lo scambio di figurine, come lo chiamava lui. Un giorno venne da me proponendomi di prendere il suo posto per qualche giorno, che il capo lo sapeva già, che gli andava bene e non c’erano problemi. Diceva che con un paio di settimane di sgobbo
mi ci sarei pagato le vacanze, e che vacanze anche, sole mare e trallallà. Marcello Guacchi però non s’è mai più visto. Da quando poi sono subentrato io è come se avessi acquisito per un principio fisico invisibile anche la sua anima o il suo essere. Alcuni clienti credono ancora che io sia lui, o forse solo non se lo chiedono perché dopotutto non gli importa.
Oggi è lunedì. Di solito è un giorno abbastanza calmo, così come anche la serata, e la colazione, il pranzo e la cena, ma qualche giocatore di bocce incallito si presenta lo stesso verso le ore in chiaroscuro del tramonto, nella speranza di un incontro/scontro con qualche storico avversario, così almeno si passa un poco il tempo e ci si insulta con allegro brio fuori di casa, all’aria aperta. Ma forse è una scusa buona come un’altra per un cicchetto di cognac, facciamo due. Tutto sommato è divertente vedere questi signori battibeccare, il tempo della partita si alleggerisce e i minuti scappano via meglio. Sembra quasi di non lavorare davvero, di essere tra amici. Mentre strillano tra loro di solito mi distraggo dalla
partita e guardo gli alberi che si piegano lenti sopra il campo. Sono degli aceri vecchi e grandi sopravvissuti all’avanzata crudele del cemento. Tra le foglie chiare mi immagino stelle primitive che non si vedono più, oppresse da un cielo viola piatto, e le comete che corrono veloci sulle autostrade del cosmo. Quando poi qualcuno vuole sapere con insistenza il punteggio che dovrei tenere, mi riacquisto e mi invento dei parziali un po’ a caso, tanto non se ne accorge mai nessuno, rimbambiti che non sono altro.
La rivalità più accesa e longeva è per certo quella tra il signor Panceri e il signor Gatti, ottant’anni il primo, ottantuno il secondo. Se non c’è abbastanza gente per giocare a bocce, allora devono fare qualcos’altro che gli permetta di litigare, e allora si sfidano a scopa, scartino o asso piglia tutto, e si tirano a vicenda schiaffi morali violentissimi mentre buticano. Si odiano male dagli anni ‘80, pare perché uno soffiò un grosso lavoro all’altro.
Entrambi ex titolari di un’azienda edile a testa, hanno costruito due terzi del quartiere in tutto, e forse anche di più. Dove prima c’erano larghi campi verdi e fossati da saltare per il lungo, ora c’è la parte più moderna e inguardabile della Rosia. Bel lavoro, bravi tutti. Io comunque li tratto bene, anche se nessuno dei due riesce a riconoscermi o a darmi una definizione. A volte penso che se non mi presentassi più a lavoro non se ne accorgerebbe nessuno, nemmeno quel carceriere infame di Nicodemo.
Puntuale quanto un esattore delle tasse arriva proprio il Gatti, parlotta in solitaria mentre varca la soglia ombrosa dell’ingresso, forse ce l’ha con la sua nemesi, o forse solo con l’adorata moglie Giannetta, che si lamenta sempre quando se ne va al bar a bere invece di dare una mano in casa, ma che se poi ci resta, alla fine lo manda presto via, perché fa soloun gran casino con i panni puliti e stirati e li stropiccia tutti, con quelle manacce da pallavolista a fine carriera che si ritrova. Il Gatti borbotta ancora, anche quando si fa vicino al bancone, senza salutare, senza cortesia. Odora di giornali bagnati. “Giovane portami una grappina e un caffè corto così digerisco. E dimmi, te l’ho mai raccontato come quel lullone
del Panceri mi ha fregato?”.

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