CICLO – ROMANZO | LA BREVE CADUTA DI ALFREDO SENZA PARACADUTE capitolo 8

Di Diego Perucci

Che secolo! dissero i topi, e cominciarono a rodere l’edificio

Il fine settimana si avvicina tanto piano che sembra non arrivare mai, e nessuno ha più dipinto svastiche sul nostro muro, anche se ho saputo dal Gatti che hanno fatto delle scritte inequivocabili vicino casa sua, a circa un isolato da qui, sul fianco di un piccolo supermercato Coop. Scritte arancioni a caratteri cubitali, ricamate senza fretta e che inneggiano a questioni di razza. È probabile che qualcuno le abbia fatte durante la notte passata, nascosto da un mantello di buio complice e comodo.
Da quelle parti ci abita gente che non viene quasi mai qui al bocciodromo, Gatti a parte. C’è un altro bar accanto al supermercato, dove gli anziani ma non solo si ritrovano a giocare a biliardo, a bere un bicchiere a fine giornata, o a mangiucchiare patatine dalle buste rumorose, si chiama Garden. Potremmo chiamarla concorrenza come quella che ci fanno gli albanesi, se non fosse che anche loro sono ormai alla canna del gas. Il signor Gatti ci passa raramente, di solito preferisce di gran lunga il bocciodromo, ma stamattina era lì per un caffè
veloce, non ha dormito affatto bene questa notte per via del caldo, quindi ne aveva bisogno subito appena sveglio, prima di parlare di qualsiasi cosa con chicchessia. Mentre si appoggiava al bancone sorseggiando il suo espresso senza zucchero in tazza grande di vetro con bicchierino d’acqua naturale a parte, dice di aver visto il Minni passare proprio lì di fronte, e che l’ha osservato tentare un’intervista alle cassiere del supermercato in pausa sigaretta, oltre che a qualche cliente con la spesa, che nemmeno se n’era accorto delle scritte in questione. La macchina implacabile dei media è ai blocchi di partenza. Intanto è
uscito alla buonora il suo articolo che parla della nostra di svastica, sul giornale di oggi.

Svastica arancione al vecchio Bocciodromo Tardelli
di Giovanni Minni

Lo scorso martedì mattina il quartiere della Rosia è stato teatro di un increscioso
accadimento. Durante la notte, approfittando dell’oscurità, il muro esterno del vecchio Bar Bocciodromo Tardelli di via Lunga è stato imbrattato da ignoti con della vernice arancione. Con pochi rapidi tratti è stata impressa una svastica. Non risulta tuttora una rivendicazione del gesto. Sconcerto e preoccupazione hanno investito sin dal momento della scoperta il titolare, i clienti abituali e gli abitanti del quartiere. Prontamente ripulito, il muro è stato restituito al suo stato originario.
Aperto sin dal lontano 1937, il Bar è un importante punto di riferimento per gli abitanti della Rosia, quartiere sorto alla periferia Ovest della città tra gli anni ‘60 e ‘80 del secolo scorso, inglobando l’antico nucleo abitativo medievale, un tempo fuori delle mura cittadine. Così il titolare del Bar Bocciodromo, il signor Nicodemo Tardelli: “Mi sono svegliato come sempre e sono arrivato qui presto. Appena prima di aprire mi sono accorto che il muro era imbrattato, mentre nel frattempo arrivavano i primi clienti. Non mi capacito di come sia potuto accadere, mi chiedo dove siano le autorità, dove le istituzioni. Questo mi indigna”.

In cima alla pagina c’è una bella fotografia sgranata che ritrae Nicodemo mentre plastificato ride a cento denti, dietro a lui un Marcellino di legno intagliato, dietro ancora la svastica arancione. La didascalia recita: Il titolare Nicodemo Tardelli ripulisce il muro insieme a un cliente. Che trio.
Nicodemo non ascolta il Gatti, non gli interessa se di svastiche ne hanno fatte altre oppure no, se hanno scritto cosa poi non si sa, tanto non gli frega niente, gliene importerà solo se usciranno altri articoli su di lui o sul suo bar. In realtà non ascolta mai nessuno, ma oggi men che meno. Gli importa solo di essere sul giornale, che ora stiracchia contento rileggendo all’infinito le parti più belle, a suo dire, e declamando i brani scelti a tutti coloro che osano varcare la soglia d’ingresso. Qualcuno dei presenti prova a intervenire sull’argomento mentre aspetta il suo caffè macchiato in tazza grande e un cornetto doppio impasto ripieno alla crema pasticcera, come il signor Miccichè, sinceramente preoccupato della situazione. “Chi sarà mai stato? Come si può tollerare tutto questo? Siamo umani? Restiamo umani! Ci passano i bambini tutti i giorni davanti a quel supermercato, mano nella mano con le nonne o i nonni, che l’hanno vissuta quella terribile realtà, che staccavano il culetto del pane per metterlo da parte. Loro sanno bene cos’è la fame”. Miccichè si scompone poco, quasi mai si lascia andare così, però si capisce che qualcosa lo turba davvero quando con il dito indice si tira su gli occhiali in modo compulsivo, ché vogliono decollare via dalla sua faccia per svernare in Africa dopo un lungo volo. Nicodemo però è anestetizzato e non ascolta, e con lui il resto del bar, che sembra scorrere cristallino come se niente fosse. Bevono tutti i loro caffè corretti, guardano inebetiti la televisione, ma non la vedono davvero. Altri clienti se la
ridono e la buttano subito in caciara, “Che ne sarà di noi? E i marò? Ma stica!”. Nemmeno io alla fine me ne preoccupo, dopotutto prima o dopo un nuovo vento fresco arriverà inaspettato, e tutto mi sembrerà lontano ancora una volta. Fa troppo caldo per dannarsi così tanto per così poco. Noi non agiamo, preferiamo aspettare che le guerre scoppino per prenderne le distanze. Saranno solo dei ragazzini sprovveduti che non sanno bene quelloche fanno, stiamo tutti molto calmi.

Insegnante di storia alle medie per quasi quarant’anni, anche il signor Miccichè è ormai in pensione, come quasi ogni avventore qui. Se la gode in montagna quando può, in città quando vuole, al lago se la moglie Giovanna lo preferisce e ha desiderio di trota salmonata ai ferri, con una fettina di limone per guarnire e un bicchierino di vino bianco frizzantino.
Quando è qui Miccichè si presenta al bar ogni giorno per la colazione. Questa è la seconda, ci tiene sempre a specificare, la prima a casa con la signora, che vuole solo un tè e un paio di biscotti frollini da spaciugarci dentro, e niente più. E invece il Miccichè da bravo edonista vizioso quale è, esce per la passeggiata e si spancia di croissant ripieni di nascosto, crepi l’avarizia e che sarà mai un po’ di burro, non ha mai ucciso nessuno. Ha un forte senso civico il signor Miccichè, è sempre arrabbiato e non si vergogna mai di dire la sua. Spesso per questo finisce a discutere con qualcuno, perché dopotutto è un po’ noioso e petulante alle volte, e non tutti hanno voglia di stare sempre a sentire le sue polemiche sterili dandogli
corda. Poveri noi che trattiamo gli anziani come se fossero già morti.

Quando si infuria al suo massimo appella il nemico canaglia, se proprio è arrabbiato perso, perché non riesce mai a essere volgare. Spesso se la prende direttamente col mondo, farcito zeppo di guerre e guerriglie, sovrappopolato e alla deriva, spes contra spem. Subito però si lascia andare in un sospiro profondo, si sistema gli occhiali e rientra nei ranghi, a volte chiede anche scusa per il suo sfogo maldestro nato come vento forte dall’impeto dell’argomento. Non riesce però a sopportare che le sorti della vita dei popoli siano come dei burattini nelle mani di arrivisti incoscienti, che tutto sia così vano e futile, che non si veda
una via di scampo a tutto questo, e allora perde le staffe. Il contrasto tra lui e la realtà è lacerante. Da una parte c’è l’incudine, dall’altra il martello, in mezzo ci siamo noi, dice sempre, e nel mentre fa un segno ironico con la mano libera dal caffè, mimando gesti che vogliono intendere una sonora fregatura.
“Dov’è finita la scuola, quella vera di una volta, quell’argine fiero all’inciviltà, alfiere di democrazia e libertà, cose sacre. Quella scuola che se sgarravi anche solo di un poco, giù legnate sulle mani e cappello d’asino sulla testa, e via nell’angolo. Dove sono invece le famiglie? Non si puniscono più questi ragazzi.” I giovani d’oggi e cose così, un po’ a sproposito, un po’ scollegate dalla vera scuola di oggi. Incalza tutti il signor Miccichè, che alla base ci dev’essere una buona e sana istruzione, e se manca quella è un disastro ed è la fine di tutto, e come dargli torto su questo, ma nessuno coglie la provocazione, a nessuno importa. Nicodemo intanto si volta indifferente in direzione del retro, va a cercare una cornicetta dove infilare il ritaglio dell’articolo. Per il signor Minni, dice.


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