Di Diego Perucci

Capitolo 5
Sarvo
Sarvo traffica già da cinque minuti con il resto di un pacchetto di Gauloises blu da venti e un accendino ricaricabile color tristezza, il cliente, un uomo ben vestito con l’aria un po’ altezzosa, lo fissa storto con la faccia di trota, intanto lui suda come una cascata. Io lo osservo senza piega dall’angolo opposto del bar mentre pulisco al rallentatore un tavolino ancora pieno di briciole, Mariana se ne sbatte e traccheggia indifferente con dei boccali di birra, nonostante spetti a lei seguire ogni movimento del ragazzo disagio. Sarvo si sposta da una mattonella all’altra ballettando goffo, suda e si infradicia mentre balbetta conti improbabili, sicuramente sbagliati. C’è qualcosa in lui che mi manda a Giovanni. Le mani inutili e la postura costretta dalla vergogna, le tempie larghe e gli occhi disattenti. Sarvo odora di timore come mio fratello. Andiamo caro, se ti ha dato venti devi dargli undici e settanta, non è difficile. Come farai a sopravvivere nel mondo crudele che ti circonda se non sei in grado di fare una semplice sottrazione? La vita è tutta un conto infinito e tu non andrai tanto lontano, io invece ho una discreta dimestichezza con il denaro, forse proprio perché di mio non ne maneggio abbastanza. Sarvo intanto non ha il coraggio di alzare lo sguardo e ha paura di incrociare quello del cliente, così le sopracciglia gli volano via per la vergogna. Mariana ha la faccia sciolta dal caldo, le ciocche viola laterali dei suoi capelli traslucidano incollate agli zigomi. Fissa il pavimento con il respiro pesante e gli occhi più rotondi del solito. Da quando è qui non ha ancora detto una parola. Di là Nicodemo è avviluppato al telefono da almeno un’ora nell’anticamera della cucina, sta passando tutta la sua agenda per raccontare la storia della svastica, di come lui l’abbia lavata via per bene e del giornalista arrivato a intervistarlo. Si crede partigiano, importante, ma si è attorcigliato da solo con il cavo dell’apparecchio. L’uomo ben vestito si è intanto lasciato andare e non riesce più a sostenere la posa gagliarda da lavoratore in carriera con cui era entrato ormai dieci minuti fa, la testa leggermente all’indietro e gli occhi girati al soffitto, sbuffa lento come una teiera rotta e dal profondo gli sale un lamento da tricheco in amore. Intervengo, prendo una manciata generosa di monete a vario taglio e le lascio cadere davanti a lui senza dargliele direttamente in mano. Solo così il sudore delle dita prodotto all’istante a contatto con il metallo dei soldi può evaporare per tempo. Vedo che il signore apprezza, si ricompone sistemandosi le spalle della giacca di lino al naturale con un colpo sincronizzato delle braccia, prende i soldi senza contarli e se ne va sollevato sotto il solleone, come se avesse attraversato illeso un’autostrada.
Sarvo non si scusa, non lo fa mai, invece abbassa la testa rasata a zero sul mento e giacula in silenzio. Mariana continua a non voler guardare e a non dire niente, pulisce i bicchieri con un’inquietante costanza che mai avevo visto in lei. La capisco se odia così tanto questo lavoro, anche io lo detesto. I clienti sono maleducati, nessuno mi riconosce, la paga non mi basta e le mance non esistono, però di lavorare ne ho bisogno, sennò non si vive. Leggenda vuole che Mariana una volta prese qualche euro di mancia da un tale tutto elegante, biondo e gentile, che non si è mai più ripresentato. Al bar tra di noi lo chiamiamo il cavaliere azzurro, ma lei smentisce arrossendo. Forse ha solo paura che Nicodemo rivendichi quel denaro come suo.
Nicodemo è un tipo davvero strano, e dirlo di lui è una specie di complimento. Non è una persona corretta, dove può ti frega, che tu sia un suo cliente, un dipendente, sua moglie Adelaide, o il sangue del suo sangue, Cosimino. Anche tra Nicodemo e Angiolo il rapporto non è dei migliori, si fanno le cose alle spalle e si dicono sacchettate di bugie. Credo che il loro vissuto tempestoso venga anche da tiri mancini sugli incassi. Nicodemo mano lunga si dice nel quartiere, e non c’è nulla di sessuale. Si dice anche che da ragazzo avesse l’abitudine alla menzogna, e a giudicare dalle bombe che spara in giro non credo che il vizio sia oggi del tutto estinto. Qualche giorno fa lo sentivo parlare con Carmine, che consegna le casse d’acqua una volta alla settimana e con Khalid, un cliente tra i più assidui. Blaterava tutto proteso in avanti di un suo viaggio in Turchia fatto in gioventù, di una rapina che avrebbe sventato in un mercato all’aperto di Istanbul grazie solo al suo fascino magnetico e al suo carisma travolgente, semplicemente convincendo il ladro a parole, senza mai usare violenza. Carmine indietreggiava a ogni frase, Khalid se la rideva sotto i baffi. Poi però guardi Nicodemo con quel naso sproporzionato e le orecchie una a sventola l’altra no, la gobba di chi è troppo alto e gli occhi da cane e ti viene difficile credere al suo fascino ammalia ladruncoli. Quando dice una bugia ormai lo sgamo: si arrotola compulsivamente le maniche della camicia quasi fino alle ascelle, e si strizza senza tregua gli avambracci nella morsa a tenaglia di un tessuto a basso costo. Così mi dice ti pago domani, e si arrotola una manica, oppure tranquillo se sabato ti serve puoi prendertelo, e si tira su l’altra. Poi ti frega. Angiolo invece è un poveraquello, si incarta con niente, fa poco e dice meno, e così la prende sempre in saccoccia. Non è molto sveglio, ma è un buono, è silenzioso e profuma di cavoli. È più piccolo di Nicodemo di quattro o cinque anni, non è sposato, è senza figli e sembrerebbe anche senza lavoro, visto che quando è qui al boccio passa il tempo seduto all’ombra a bordo di una pista, o parcheggiato davanti alla tv, tanto che in diverse occasioni alcuni clienti non proprio abituali credevano fosse uno di loro e che non potesse camminare.
Non penso abbia dei veri amici, o che ne abbia mai avuti, se escludiamo noi del bar che un po’ lo trattiamo da scemo. Lo abbiamo lasciato tutti lì, non lo chiamiamo mai e siamo andati avanti per la nostra strada. A lui sembra star bene così, ma ci credo poco. La solitudine è la bestia peggiore, anche se è cercata e voluta.
La mia pausa pranzo è vicina, mi allungo nel retro del locale per spazzare via dalla faccia della terra il mio panino prosciutto cotto e mozzarella. L’ho preso al volo al fornaio del supermercato prima di entrare di turno, lo faccio quando non ho nessuna voglia di lacerto o delle solite penne. Cerco di non fare rumore perché Sarvo o Mariana non si accorgano di me e non mi chiedano di fare qualcosa al posto loro. Seduto a un tavolo nel retro c’è Cosimino alla mezz’ombra, condivide con suo padre un naso importante, nel quale al momento sta infilando tutto il suo dito indice sin quasi alla nocca, senza cambiare la sua espressione da beccafico allo spiedo. Gioca al cellulare e non si giova della mia presenza, meglio così, non ho niente da dire a questo mestolone. Tuttavia mi siedo davanti a lui e scarto il mio panino, perché ho una fame che mi porta via.
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