di Diego Perucci

Capitolo 4
‘Sta rottura di coglioni dei fascisti
Come sempre arrivo alle otto in pacca, ma stamani davanti al boccio c’è un capannello insolito di persone capeggiato da Nicodemo, agitatissimo, e da Angiolo, pietrificato e vitreo. Visti da lontano sembrano dei turisti confusi e sudacchiati, cercano la strada più corta per la Pinacoteca o per l’ufficio informazioni. Alcuni indicano concitati il muro esterno del locale e ogni tanto si voltano guardandosi tra loro, allargando le braccia come a dirsi ma che stracazzo è capitato qui? Penso alla finestra rimasta socchiusa, a un furto, a dei danni, ma c’è troppa gente, e in più mi chiedo che cosa mai si vorrebbe rubare qui, che non c’è niente a parte le briciole. Molti dei clienti abituali si sono riuniti e sembrano sconcertati, scuri in viso, forse più per l’impossibilità di fare colazione che per quanto rinvenuto sul posto. Quando mi vedono mi ignorano, evitando con la tenacia leggendaria che li contraddistingue di rispondermi se chiedo loro che succede, io non esisto. Il brusio è incontenibile. Sul muro in bella vista c’è una grande svastica arancione, perché poi arancione (?), avvolge in un gelido abbraccio i mattoni spelacchiati, che si fanno largo tra le scrostature. Guardo Nicodemo che guarda me, che poi guarda Angiolo, che invece guarda il muro. Pare che durante la notte qualcuno sia venuto qui a imbrattare il nostro locale, dice Nicodemo, e vai a sapere perché e percome, ma per fortuna non sono entrati, mentre il signor Gatti sa benissimo chi è stato: è “quel pirla del figliolo del Panceri, ecchisennò, quel coglione!”. Poco più in là il signor Panceri si lascia andare a un insulto detto a mezza voce, nessuno lo sente, ma il Gatti lo intercetta e lo capisce benissimo. Il bar per oggi resta chiuso. Tutti molto delusi.
Mi chiedo dove comprerà il suo biglietto fortunato la signora Gilda.
Tra gli allegri convenuti c’è anche Mara la portalettere, molto spesso passa di qui a fine turno e si beve dai due ai quattro bianchini, a volte cinque, a volte sei, fumando venti sigarette una dietro all’altra sull’orlo della porta. Tira su col naso come un ossesso, gli occhi spillati e un ghigno brutalista. Non dice niente e a volte scatta di braccia e di anca. Quando porta la posta sembra sempre che ti stia facendo un enorme piacere personale, e mi sento ogni volta di doverle chiedere scusa. Mi sento in colpa se mi è arrivato un pacco, mi scuso persino se sono arrivate una multa o una bolletta. Qui nel quartiere hanno tutti una paura fottuta di Mara la portalettere.
Abito da solo da poco meno di una decina d’anni, in un condominio metà rosa metà grigio che risale al glorioso 1976 e che ne porta addosso i segni più che evidenti. L’affitto è clamorosamente sproporzionato rispetto ai ventitré metri quadrati calpestabili di cui dispongo. Lo strozzinaggio è diventato legale senza che nessuno se ne accorgesse, e nel concreto lo stipendio del boccio prevede giusto il canone dell’appartamento, le bollette di luce, gas, acqua e internet e ne avanza qualcosina solo per un paio di spese minime a mia scelta. I sogni e i desideri non sono coperti. Cara libertà, quanto mi costi? L’ultima volta che mi sono concesso qualcosa di estraneo a questo giro della morte è stato lo scorso dicembre, quando ho trovato in un mercatino dell’usato un maglioncino natalizio rosso, blu e verde. Il ricamo di un elfo e di una renna con il naso brillo mi ha subito angosciato, ma l’ho acquistato ugualmente. Un po’ sgualcito e sformato, senz’altro brutto, ma mi serviva qualcosa da indossare per la foto di Natale del boccio, di quelle che Nicodemo pretende di fare come se fossimo una famiglia felice. Ci tiene molto alle tradizioni, meglio se falsificabili. Per il resto mi metto gli stessi vestiti di cinque anni fa e ho pochissimi abiti, due paia di pantaloni lunghi, un altro paio corti con i tasconi laterali per l’estate, qualche maglietta, un paio di camicie, ma dopotutto sta bene così, lo stile consumato mi si addice e un armadio più grande in casa non ci sta.
Camera mia guarda la strada, il parco con i suoi alberi immensi e il lato est di un parcheggio di breccino tutto scassato di buche. Qui c’è da anni la carcassa di un motorino rubato, credo siano i resti di un Piaggio bianco mezzo bruciacchiato. Nessuno lo ha mai spostato o se lo è venuto a prendere, perché si trova all’interno di una proprietà privata e i vigili non ne vogliono proprio sapere di immischiarsi in queste cose. La signora Giani del terzo piano, che si indigna sempre dove può e quando riesce, ci ha provato mille e una volta almeno a farlo portare via, prima ha chiamato i vigili urbani, poi i carabinieri, quindi la polizia e alla fine i vigili del fuoco, poi ha ricominciato da capo, ma niente da fare. Un giorno o l’altro lo sposto io e lo lascio in mezzo alla strada, proprio sulla curva, e poi voglio vedere se lo vengono a portare via o se resta lì ad ammuffire come uno scoglio frangiflutti ricoperto di cozze. Mi piace molto stare alla finestra, anche se l’estate scotta forte e la ringhiera brucia che quasi non si riesce a toccare, così rimango sospeso per tutto il tempo che mi va, cercando di non bruciarmi i polpastrelli. Guardo le piante secche morte spuntare dalla terra polverosa dei vasi, la rimesto con le dita mentre fumo e si alza nell’aria un pulviscolo minerale. Il signore della casa di fronte fa correre il suo cane nel parco prima di andarsene a letto, si sentono le foglie applaudire. Questa sera, già notte fonda in realtà, non fa eccezione. Si concede un sigaro in canotta, pantaloncini e infradito, lo accende impacciato sotto la luce gialla del lampione, non si accorge di me. In giro non c’è nessun altro, è molto tardi. Dev’essere un regalo quel sigaro, non l’avevo mai visto fumare prima d’ora, forse è il suo compleanno. Vorrei chiamarlo con un fischio per fargli gli auguri, per presentarmi, per fare due chiacchiere tra buoni vicini, perché magari possa diventare un’abitudine nuova e bella. Ma resto muto, perché già non ne ho più voglia. So che ha una figlia che vive in un’altra regione, stava qui
fino a che non si è iscritta all’università. Chissà che cosa ha studiato, se ha finito, che lavoro fa adesso, se lavora. Quando torna a casa dalla famiglia arriva sempre con un’auto blu sfinita e senza più vernice, la si riconosce dal rumore sordo che fa la marmitta e dal cigolio sinistro che fa la cinghia. Io lei me la ricordo come se fosse ieri, sopra una bicicletta rossa, vestita di rosa e con un fiocco bianco nei capelli lunghi, lisci e biondi, mentre fa il giro completo dell’isolato. Nemmeno so i loro nomi. Eppure da quando abito qui sono sempre alla finestra e l’uomo con il cane è diventato una sorta di costante. A suo modo mi dà sicurezza, anche se non ci siamo mai rivolti la parola, neppure un semplice saluto di cortesia.
Gli altri appartamenti del palazzo sono tutti occupati tranne uno, quello a pianterreno. Centocinquanta metri quadrati di casa con taverna e giardino all’italiana con ingresso indipendente, la grande magnolia che proietta la sua ombra generosa. L’agenzia cerca di vendere da più di un anno ormai, ma i proprietari (ricchi sfondati con seconda casa al lago e un’altra in montagna e un’altra affanculo) chiedono davvero troppi soldi, stando a quanto dice la signora Giani del terzo piano, che si ritiene sempre la meglio informata di tutto, anche se non rivela a nessuno il prezzo esatto. O perché non lo sa, o perché non gliel’hanno detto e vuole solo farsi figa in faccia agli altri condomini, come se questa competizione in vita solo nella sua testa importasse davvero a qualcuno. Al secondo piano ci vive il Cirri, un quarantenne stempiato e scoppiato. Indossa solo orrende tute di acetato e non esce mai di casa. Non si sa cucinare nemmeno un uovo sodo credo, perché si fa arrivare pranzo e cena a casa tutti i giorni dai vari ragazzi delle consegne, gli schiavi della sua egotica e ingorda inettitudine. Il martedì ordina sempre cibo thai. Mi sa che fa un lavoro di quelli da casa, lo sento a volte parlare al telefono con qualcuno che credo sia un suo cliente, o forse un superiore. Di solito discutono di scadenze, di numeri e dati incomprensibili, di altre cose che non conosco e non capisco. Per certo posso dire che non si chiedono mai come stai o come va. Il Cirri sembra una specie di allibratore. Se per sbaglio lo incontri per strada è di sicuro perché è stato costretto a uscire, forse un obbligo di lavoro, o forse un funerale. Io sto al primo. Da qui si riesce a vedere bene chi entra e chi esce dal condominio, sto quasi sopra al portoncino, solo la vecchia magnolia del giardino di sotto mi copre per metà in diagonale la vista dell’ingresso. Questa sera c’è stato zero traffico, nessuno è uscito, nessuno è arrivato, e nemmeno io. Serata libera, il boccio è rimasto chiuso e a dirla tutta secondo me Nicodemo non se la sentiva proprio di aprire, dopo aver dato dell’olio di gomito tutto il giorno su quel muro, per ripulire la svastica arancione. Cerco su internet il significato di questo colore, non mi è mai piaciuto molto e lo trovo un po’ sospetto. La luce del mio schermo nel buio della via attira l’attenzione del signore con il cane. Rientra proprio ora, non ha nemmeno finito il suo sigaro. Lo ha abbandonato ancora fumante nel posacenere allegato al cestino dello sporco, all’uscita del parco. Un regalo non poi così azzeccato sembrerebbe. Dalle finestre spalancate escono le luci e le voci acide di qualche tv accesa, la città è sdraiata silenziosa in una valle di bambagia.
C’è una luna da stregatto e le foglie ancora si girano per ogni soffio di brezza.
Il mattino è già rovente alle sette, l’aria leggera della notte, portata in città da qualche temporale lontano, si è invertita in pura ferocia, forse vuole sterminare l’umanità intera a forza di vento bollito nel breve arco di qualche ora. L’asfalto nero lancia zaffate sataniche che pungono le narici, mentre già irrancidisce dal caldo l’immondizia nei bidoni stracolmi. Questa notte ho fatto un sogno, non saprei dire se era un incubo, quindi lo descrivo: mi trovavo in una piccola cittadina di epoca medievale, un paesello ristretto con corridoi di cielo e alte torri quadrate fatte di mattoni a vista, rinchiuso in tutta la sua solitudine da un infinito muro potente e spesso, la cui fine, casomai vi fosse stata, era impossibile anche solo immaginare. Al di fuori della roccaforte, nessuno sapeva cosa. Vivevo qui a quanto pare, nella mia casetta piccola e modesta, senza sogni, bisogni di alcun genere o pretese, contento ma sedato. Nella successione eterna di giornate tutte uguali, c’era però stata un’eccezione. Un giorno, senza che niente lo lasciasse presagire, il muro s’era aperto in un leggero spiraglio orizzontale, permettendo a chiunque di vedere con i propri occhi che nella vita vi fosse anche dell’altro. Mi allungavo allora in un vicino e provvidenziale negozio di cilindri metallici (!) per acquistarne uno da porre tra i due lembi spaventosi di cemento. Il peso della cinta muraria avrebbe di lì a poco schiacciato il mio cilindro, così saltavo dall’altra parte. L’ignoto profondo, fatto di enormi spine di rosa che salivano improvvise e a scatto dal terreno, ritmate tra loro secondo un assassinevole gioco spietato. Poi un percorso a ostacoli non breve, tantomeno facile, quindi un deserto freddo fatto di sassi bianchi, tondi e lucenti. Mi acquattavo a raccoglierne uno, per tirarlo come si fa sul pelo dell’acqua cercando di farlo rimbalzare. Questo prendeva a produrre dei cerchi concentrici con gli altri sassi, andando poi a esplodere nel cerchio finale, col fragore di una bomba tremenda. Scoprivo in questo modo dove fosse la mina antiuomo che mi aspettava per dilaniarmi. Mi affacciavo allora alle
porte di una città lucente, bella e immortale. Mi ci trasferivo, cambiavo vita, e trovavo lavoro, invecchiavo, finché un giorno sentivo la necessità fortissima di avvicinarmi al confine, con l’intenzione di sorpassarlo. Armato di valigie, buone vibrazioni e vestiti leggeri mi affacciavo ai margini dell’abitato, quand’ecco che dal nulla si levava tremendo e roboante un nuovo muro, identico al primo, anch’esso impossibile da valicare. Mi voltavo perplesso alla mia sinistra, dove placido stava un altro negozio aperto di costosissimi cilindri metallici.
Al risveglio sono intontito. Mi lavo la faccia con il ghiaccio che sembra possa prendere fuoco. Caffè, sigaretta, esco a piedi molle come stracchino. Alle otto meno quattro minuti sono al boccio. La svastica è sparita ma se ne percepisce ancora una traccia debole rimasta come un alone, un po’ come la si può vedere nella filigrana della storia. Il colore arancione evoca a quanto pare gioia, amicizia, collaborazione e ottimismo, forse per questo non mi piace molto, troppa felicità sembra finta. In Medio Oriente significherebbe invece lutto, già più consono, anche se un po’ inquietante. Continuo perciò a non fidarmi. Nicodemo è tutto fiero dietro al bancone, mi mostra le fotografie che gli ha scattato sua moglie Adelaide prima di pulire e quelle scattate dopo. “Le ha fatte con il suo di cellulare, mica con il mio”, ci tiene a specificare, che ha dovuto discutere con la Ade, perché lei non aveva nessuna voglia di fare queste stramaledette foto, “parole sue eh”, specifica anche questo. Ce n’è una che lo ritrae sorridente insieme a Marcellino, un cliente silenzioso quanto conturbante che non se n’è voluto andare nonostante il bar fosse chiuso, ma che pur restando lì appeso a dondolare le labbra non ha aiutato affatto, dice Nicodemo. Alle loro spalle l’impronta evidente di una svastica ancora leggibile. Riesco a vedere attraverso le immagini l’odio inespresso che Adelaide prova per suo marito, la voglia che ha di strozzarlo mentre in posa si pettina i capelli unti. Mi infilo il grembiule e lascio le mie chiavi di casa dietro alla cassa, in un riposacose di legno smangiucchiato dalle tarme. Marcellino è ancora qui, seduto incastrato nel tavolo d’angolo, il suo, da dove guarda sempre tutto e tutti in silenzio, con quella faccia scesa da maniaco. Non so molto di lui e credo che nessuno possa dire di conoscerlo davvero. Nicodemo dice sempre che arriva dall’Est, non sa bene da dove però, e che sta qui da tanti anni ormai, già c’era quando lui era il garzone e suo padre ancora stava in forma. Sa però una cosa di Marcellino, che è strano forte. Una volta infatti, c’ero anche io che sistemavo una masnada di buste di patatine rigate nel dispenser, questo matto arriva al bar tutto tranquillo con quello che lì per lì sembrava solo uno strano cagnolino al guinzaglio, ma che poi s’è scoperto essere un cucciolo di puma, trovato chissà come, attraverso chissà chi, e portato al boccio chissà perché. Da allora dopo varie proteste si è limitato parecchio con le stranezze, ci ha dato un taglio sembra, forse si sente troppo vecchio per certe cose, o più probabilmente è diventato troppo difficile, ma la sua espressione da brividi è ancora lì a ricordarci che la fiducia è un bene prezioso, da non regalare così, a chiunque.
Alla televisione la rassegna stampa gira alla velocità di un valzer, io stiro il banco lucido con un panno morbido, Nicodemo pretende che non lo si rovini con uno straccetto qualsiasi, che potrebbe rigarlo e sarebbe un vero peccato. Per questo si usano i piattini sotto le tazzine, dice sempre, anche se non significa nulla. Poco più in là Adelaide guarda all’insù, insofferente alle stupide fisse del marito. Non credo lo sopporti più. Dopotutto lei è una donna di una certa classe, abituata alla cavea dei teatri o al cinema la sera, ma a Nicodemo che è tagliato grosso con l’accetta queste cose non interessano, né mai sono interessate, perciò lei ci va con le amiche, quelle degli anni dell’università. Ha studiato giurisprudenza, infatti ora è avvocatessa in un grosso studio del centro, di quelli con le parcelle molto alte e i clienti molto importanti, e pochi scrupoli sul lavoro. Lei sarebbe pronta anzi prontissima a lasciare lo studio, a stravolgere la sua carriera e a lasciarsi tutto e tutti alle spalle. Vorrebbe che Nicodemo vendesse il bocciodromo e partire, qualche anno sabbatico sparsa a coriandolo e ciao, ma lui non ne vuole sapere, e con Cosimino come si fa? Lei intanto sogna le Maldive a occhi aperti e succhi di frutta tropicale, mentre guarda male suo marito e lui non se ne accorge.
Nicodemo e Adelaide si sono sposati nel 1983. Lei era già bella, lui no. In viaggio di nozze andarono nello Yucatán per un mese a spendere e spandere, a bere margaritas all’ombra della vita e di un sombrero. All’epoca il bar andava ancora bene, il lavoro di lei non era decollato, ma lo stato economico della sua famiglia le permetteva un certo agile tenore di vita. Prima di Cosimino ci sono stati alcuni tentativi di creare una prole, e si vede che alla fine si sono dovuti accontentare. Cosimino, classe 2013, duro come il marmo più sodo, non ha certo preso dalla madre. Se i suoi sparissero nel nulla non se ne accorgerebbe prima di una settimana. Ha la testa bordellotta e tonda, le mani piccole sempre unticce, e il collo spesso. Tutto suo padre.
La casa va a fuoco, cavalchiamo l’inferno. Sono anche io un satanasso? Dove va a finire ogni cosa, se nemmeno ci accorgiamo quando comincia a sparire, una promessa falsa alla volta. Quei due sono sposati da decenni, e non è servito a niente, se non a tollerarsi a malapena. Per il resto si odiano, e trasmettono tutto l’astio che gli avanza al figlio, che a sua volta, amato, disprezzerà. Tradirà, insulterà, ne soffrirà, poi mangerà biscotti incassato nel divano, dimenticando un morso alla volta tutto il dolore, mentre va a cercarsi il freddo per il letto.
Che paura che abbiamo tutti quando arriva una tempesta e i fulmini ci crepitano nelle mani.
Così abbiamo un bel da fare a nasconderci per non sentire, né guardarci. Io pure. Smonto tutto e insieme lo ravvivo, come fanno Adelaide e il suo fardello. Cerco di salvarmi la faccia, mentre mi paro le terga, che se cado mi faccio male alle mele. Anche da ragazzetto ero una sottrazione, incendiare tutto senza accendino. Martina, Giada, Simona, scappate da te perché io per primo da loro, senza spiegazioni, senza nemmeno un vaffanculo. Sparire Alfredo, gambe in spalla e via, fantasma. Poi le rivedi, le ignori, butti là un ciao finto sorridendo, mentre dentro ti vergogni almeno un po’. Alfredo caro, povero coglione, la paura ti fotte, non ti difende né ti salva, solo ti esclude. E di Sara, te la ricordi Sara? Le trecce e la frangetta ordinata, la pelle bianca e gli occhi dolci. Ti piaceva Sara. E ricordati anche di Leda, testadicazzochenonseialtro. Bugiardo sei, Alfredo. Bugiardo.
E lo devi sapere Alfredo che sei una merda. Impara a dire no, impara a dire che è finita prima che passino i mesi. Impara qualcosa una volta tanto, imbecille. Pensa a quanto ti sei sprecato a costruire solitudine e spazio.
I tuoi, Leda, erano troppi sentimenti belli sprecati per persone di merda.
Entra brillante che sembra ringiovanito il signor Minni, vuole assolutamente commentare con noi quanto accaduto ieri. Nella mano ha un taccuino per appuntarsi frasi da scrivere in una calligrafia volante, tipo quella di medici sadici che ci godono a non essere tradotti mai da nessuno. Nicodemo in verità non vedeva l’ora che arrivasse, tanto che abbassa addirittura i volume del televisore, evento eccezionale se non unico, mentre assume la sua più che nota posa da affabulatore, con il pugno chiuso appuntato sull’anca, il corpo di tre quarti, il mento in avanti e la faccia sveglia di un pungitopo. Diventano un fiume in piena, sono due argini franati, non più persone, e Marcellino li fissa in silenzio con la sua peggiore faccia di squame. Minni Giovanni detto Ninnolo è un chiacchierone, d’altra parte ha fatto per una vita intera il giornalista, per anni è stato la punta di diamante nella redazione del quotidiano cittadino, per un paio di mesi nel punto più isolato e lontano della nostra provincia da inviato, anche se alcuni sostengono fosse solo un periodo di vacanza obbligatorio dopo un brutto esaurimento nervoso non si sa bene dovuto a che cosa. Mi sta davvero sulle palle. Ogni volta che mi vede mi chiama ‘bella bionda’ e poi mi dice “Ciao bella vita”. Allude al fatto che lui lavorava davvero, mentre io no, io il lavoro se posso lo evito, eppure sono sempre infelice lo stesso, anche se sto in ferie. Se all’improvviso dal mondo scomparissero i soldi, smetterei ora. Il Minni è andato in pensione da diverso tempo, ma evidentemente non se la riesce a godere o a farsi da parte in definitiva. Fa domande gentili a raffica, recepisce le risposte di Nicodemo già nel momento in cui lui spara un Ehm, o un Ohh strascicati. Intuisce, ricama. Che professionista. Non sarebbe obbligato e non credo ci sia mai stata una richiesta ufficiale ed esplicita, ma ogni tanto scrive ancora un pezzo per il giornale, solo se però l’argomento fa per lui. Questo infatti se lo sente nella pelle, dice tutto rosso in viso: la svastica, il bar di quartiere, il ritrovo sociale, il popolo, gli anziani, le bocce, c’è tutto, sembra quasi felice che qualche coglione abbia pensato bene di svasticare un muro, così. Nicodemo intanto non si trattiene, lancia teorie, suppone nomi, cose, persone, si sbilancia su tutto. Crede che una cattiva pubblicità sia comunque una pubblicità e non riesce a crederci che qualcuno ascolti davvero le cose che dice, che gli sgorgano dalla bocca così, senza che lui ci possa fare niente per impedirlo, qualora anche solo volesse.
Piano piano io mi spengo, sono solo le nove di mattina ma i gradi centigradi sfiorano già la cifra spaventosa di trentanove. Me lo dice il cellulare, che mi scotta tra le mani e non si riesce più a tenere. Ho già iniziato a stoccare cicchetti di vino per tollerare. Arriva Mariana e subito dietro Sarvo sudato fradicio con la camicia da buttare. Oggi almeno il ciondolone tocca a lei e non a me.
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