di Diego Perucci

Capitolo 3
Giovanni is not funny
Mio fratello ha un paio d’anni in più di me e si chiama Giovanni. Non mi somiglia molto, nemmeno nei modi o nelle abitudini. Alcuni dicono solo che facciamo le stesse espressioni quando diciamo una cosa stupida, o che entrambi strizziamo un pochino gli occhi e arricciamo il naso quando ci viene da ridere, perciò molto raramente. Mio fratello Giovanni trascorre la sua vita a deludere le aspettative, mentre attende sdraiato che qualcuno faccia le cose al posto suo. L’ultima volta che abbiamo parlato è stato qualche anno fa, poco prima che mi spingesse giù per le scale di casa. Avevamo discusso per una stupidaggine, ma le sue reazioni alle cose più semplici sono sempre state le più complicate. C’è mancato poco che mi rompessi l’osso del collo. L’ultima volta che abbiamo parlato senza mandarci a cagare invece non me la ricordo proprio, il mio cervello deve aver rimosso quel momento, o deve averlo nascosto bene, sempre che ci sia mai stato davvero. Da quando ho memoria non siamo mai andati d’amore e d’accordo, né mai abbiamo giocato o scherzato insieme. Crescendo poi, il distacco tra noi s’è fatto enorme, una pianura immensa senza colline.
Abita ancora con i miei, non se n’è mai andato. Poltrisce comodo e acquoso nella stanzetta della nostra infanzia come se fosse una cosa normale, e si sente furbo a risparmiare sull’affitto, sulle bollette, sulla spesa e anche sulla dignità. Non risparmia però sull’acqua, che lascia scorrere, o sulla luce, che dimentica sempre accesa in tutte le stanze che tocca.
Non ha mai sviluppato amor proprio, perché se l’avesse preferirebbe rasentare la povertà con la decenza di tutti gli adulti, anziché prosciugare ogni poveretto che gli si avvicina, o le bottiglie di birra che gravitano nella sua orbita. A lui non piace l’acqua che si beve. A lui non piacciono nemmeno le finestre, se ne sta a giornata con i vetri chiusi e le tapparelle giù, che sia estate o inverno. Non entra mai un filo di luce neanche a pagarlo, figurarsi un sano ricambio d’aria o anche solo un soffio di ossigeno. Sul suo comodino colleziona tazze, tazzine sporche e i cerchi marroni e collosi che queste producono. Non sa che cosa siano una scopa o lo sgrassatore universale, e se mai li ha visti non li sa certo maneggiare. Sul letto, ormai solo un materasso coperto con un lenzuolo di fortuna, colleziona tutti i suoi vestiti puliti, lanciati alla rinfusa per non doverli piegare e poi sistemare. Perché ordinare le cose se poi l’entropia ci governa? Mio fratello è un reazionario, lo è sempre stato, le sue idee più mediocri mettono i brividi, quelle più costruite atterriscono. Crede nell’aldilà e nella risurrezione, in lui c’è qualcosa di sinistro, qualcosa di maldestro e qualcos’altro di evoliano.
Tuttavia se mio fratello fosse stato comunista, gli sarebbero stati sul cazzo i fascisti, perché in fondo quello che gli piace è il disprezzo. Salta da un lavoro a un lavoretto che poi abbandona per noia, tanto a lui ci pensano gli altri e chissene frega. Da quanto ne so ora nemmeno lo cerca più un impiego. Passa le giornate a guardare vecchie puntate di Alf e se le spara in un binge watching a spirale. Sta lì e accarezza il gatto ripetendo lo stesso medesimo gesto all’infinito. Alf invece se li mangiava i gatti, li processava nei suoi otto piccoli stomaci, ruttava matasse di pelo morbido in salotto e nessuno della famiglia Tanner se ne accorgeva.
Non gli è mai piaciuto il nostro vecchio quartiere, e anche se è difficile dargli torto su questo, il suo è un odio vero, viscerale e categorico, non quello indeciso e dolce di un innamorato tradito, che fa il giro largo ma poi ritorna. Non esce quasi mai di casa, troppo colore per le strade, troppa luce, troppa gente strana e per lui diversa. Troppo fastidio, ma la forza di andarsene da qui non l’ha mai trovata, o forse non l’ha mai voluta cercare davvero, che a casa a farsi servire e riverire si sta tanto bene, e lamentarsi di ogni singola cosa è troppo facile. Così è diventato il permafrost dei miei genitori, ai quali afflitti non è dato invecchiare passando attraverso il più classico dei rituali familiari, l’inevitabile allontanamento dei figlioli dal nido materno. Abitano a poche centinaia di metri da me, eppure sembrano tutti e tre così distanti. A forza di vivere assieme stanno sincronizzando le loro rispettive età anagrafiche, finendo per tollerarsi troppo oltre le normali convenienze. Non ci vediamo molto spesso. Le domeniche dai nonni non ci sono più.
Qualche settimana fa ho visto lungo la strada uno degli amici di vecchia data di mio fratello, un idiota mezzo nazi mezzo vuoto, basso, tarchio, con le braccia corte, muscolose e con un sacco di tatuaggi fraintendibili. Se non ricordo male si chiama Ennio, e di cognome Sorlini, credo. Era diventato improvvisamente famoso in tutta la città per aver picchiato una sua compagna di classe ai tempi delle superiori, diceva che lei era sua come gli oggetti e che ci faceva quello che gli pareva, come ai gatti. Fino a lì s’erano forse scambiati un bacio rubato, da lui, in un parcheggio durante una gita alla fabbrica del latte. La schiantò di cazzotti alla fermata dell’autobus dopo la scuola fin quasi a ucciderla, ma non c’erano testimoni, erano tutti saliti su quello prima. Quando arrivò, il conducente della linea H chiamò subito un’ambulanza, ma oltre a lei non c’era nessuno. A quanto pare quel genio di Sorlini era geloso perché un altro ragazzo le aveva fatto gli occhi di miele e lei forse, dico forse, aveva ricambiato. Ci fu un lungo processo ma alla fine lui la fece franca non si sa bene come. Amici importanti, gli amici giusti, e tanti soldi. Lui libero, lei con la testa spaccata e la paura presa per mano e per sempre.
Quando l’ho visto comprava qualcosa in farmacia, spero fosse del Viagra, e ci siamo incrociati mentre usciva. Mi ha guardato ma non credo mi abbia riconosciuto, e non penso proprio che nel caso mi avrebbe salutato. All’epoca per lo più mi ignorava, perché mai dovrebbe ricordarsi di me, salutarmi addirittura. Non so perché ma d’istinto mi sono voltato per seguirlo, e così mi sono spinto dietro a lui per un centinaio di metri. Andava a un raduno di gente poco variopinta e tutta seria giù in centro. Una massa taurina di persone vestite di nero s’era ritrovata in piazza, nel cuore pieno di negozi della città. Marciavano compatti nella mia direzione al suono dei loro scarponi pesanti. Slogan orribili, gesti d’odio, teste rasate, tutto già visto prima ma mai superato. Nell’aria odore di piscio e fondi di birra. Tra loro ho notato anche mio fratello Giovanni, parlava con dei buzzurri senza gioia e sorriso.
Mi sono sottratto per non seppellirmi e sono tornato a casa.
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