DI ADRIANO BENOCCI

“Non recidere, forbice, quel volto” è una delle liriche più celebri dei Mottetti, contenuti nella raccolta Le occasioni del 1939. In questi versi il poeta esprime il desiderio disperato di preservare l’immagine dell’amata: supplica il tempo di non portarla via, implorando di non ridurre quelle sembianze alla sua “nebbia di sempre”. Per Montale, infatti, la memoria rappresenta l’unica salvezza possibile dall’oblio, poiché se quel ricordo dovesse svanire, l’intera esistenza perderebbe ogni significato. A questo dramma interiore si contrappone però la durezza della realtà, un elemento inevitabile che irrompe attraverso il taglio netto di un colpo violento. L’immagine della forbice che recide l’acacia, facendo cadere il guscio vuoto della cicala nel fango di novembre, diventa così il simbolo di una perdita assoluta, in cui ogni illusione e ogni traccia del passato svaniscono proprio in quella nebbia tanto temuta dal poeta.

Eugenio Montale (Genova 1896 – Milano 1981): Trascorre la giovinezza tra la città dei caruggi e le Cinque Terre; paesaggi aridi e rocciosi e bruciati dal sole che daranno forma alla sua prima e monumentale opera Ossi di seppia del 1925, anno in cui firma anche il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, dichiarando apertamente la sua netta opposizione al regime. Nel 1927 si trasferisce a Firenze dove prende la direzione di Gabinetto Vieusseux da cui verrà licenziato perché non iscritto al partito fascista. È in questo periodo che conosce Clizia, studentessa americana di origini ebraiche, la donna del cui volto non vuole dimenticare in Non recidere, forbice, quel volto. Di questo periodo è la sua seconda opera, Le occasioni (1939). Nel secondo dopoguerra si trasferisce a Milano dove sarà redattore per il Corriere della Sera. Questi sono gli anni in cui pubblicherà La bufera e altro, dove racconterà gli orrori della Seconda guerra Mondiale. Vincerà il Premio Nobel per la Letteratura nel 1975.
Non recidere, forbice, quel volto
di Eugenio Montale
Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.
Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.
Rubrica a cura di Adriano Benocci per Versi traditi.
Abitare la parola per esplorare l’invisibile: una guida poetica per attraversare le ombre dell’esistenza e riscoprire la nostra memoria comune.

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