Di Adriano Benocci

La terra desolata (The Waste Land, 1922) di T.S Eliot è uno dei capolavori della poesia contemporanea del ‘900, scritta subito dopo la Grande Guerra. Se per Ungaretti la morte è un pericolo fisico da cui difendersi appellandosi all’amore, per Eliot il dramma e l’orrore si concentrano su un piano interiore. Un’opera complessa, frammentata e, credo, volutamente ostica, per fare da specchio alla crisi del dopoguerra. In questo poema infatti, la primavera non è una serena rinascita, non è tempo vita e colori, ma un dolore sordo e crudele: ci costringe a guardare come si risorge da un dolore immenso, da un inverno spietato, e obbligandoci ad una ferita arida e profonda. La poesia di T.S Eliot va in pezzi per raccontarci la sua visione pessimistica della realtà del mondo che aveva intorno, un mondo che non è lontano come sembra.

Thomas Stearns Eliot (Saint Louis, Missouri, Stati Uniti 1888 – Londra, Regno Unito 1965): è stato un poeta, drammaturgo e critico letterario tra i più influenti del Novecento. Premio Nobel per la letteratura nel 1948. Si forma nelle scuole più illustri d’Europa; studia ad Harvard, alla Sorbona di Parigi e a Oxford. Nel 1914 si trasferisce in Inghilterra dove stringe una fondamentale amicizia con Ezra Pound, che sarà un suo fervido sostenitore e suo editor.
The Waste Land
La terra desolata (traduzione di M. Morini)
di T.S Eliot
I. LA SEPOLTURA DEI MORTI
Aprile è il mese più crudele; cresce
i lillà nella terra morta, mescola
ricordi e desideri, smuove
radici spente con pioggia primaverile.
L’inverno ci teneva caldi; copriva
la terra in neve smemorata, nutriva
un po’ di vita di tuberi secchi.
L’estate ci ha sorpresi sullo Starnbergersee
con un acquazzone; al colonnato, allora!
E più tardi, col sole, nell’Hofgarten,
a bere del caffè, un’ora di chiacchiere.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
E da bambini, lì dall’arciduca,
mio cugino, mi portò fuori in slitta,
una paura! Marie, mi diceva,
Marie, tieniti stretta. E giù in picchiata.
In montagna sì che ti senti libero.
La notte per lo più leggo, e vado a sud d’inverno.
Che radici afferrano, che rami crescono
in questa pietraglia? Figlio dell’uomo,
non sai dirlo né intuirlo, sai solo
cocci di immagini dove batte il sole,
l’albero morto non dà riparo, il grillo tregua,
la pietra secca suono d’acqua. Solo
sotto questa roccia rossa c’è ombra,
(vieni all’ombra di questa roccia rossa)
e ti mostrerò una cosa diversa
dall’ombra che ti pedina al mattino
o che si leva la sera a incontrarti;
ecco – il terrore in un pugno di polvere.
Frisch weht der Wind
Der Heimat zu
Mein Irisch Kind,
Wo weilest du?
“I primi giacinti me li hai dati un anno fa;
mi chiamavano la ragazza dei giacinti.”
Ma di ritorno, tardi, dal giardino dei giacinti,
tu a braccia piene e capelli bagnati, io
muto, la vista annebbiata, non ero
né vivo né morto, e niente sapevo,
guardavo il cuore della luce, il silenzio.
Oed’ und leer das Meer.
Madame Sosostris, nota cartomante,
aveva un brutto raffreddore, eppure
ha fama di donna più saggia d’Europa,
col suo mazzo diabolico. “Ecco”, disse,
“il marinaio fenicio affogato,
(Erano i suoi occhi, quelle perle. Guarda!)
e Belladonna, Dama delle Rocce,
signora delle situazioni.
E l’uomo con tre aste, e qui la Ruota,
e poi il mercante guercio, e questa carta
bianca è qualcosa che si porta in groppa
che mi è proibito vedere. Non trovo
l’Impiccato. Attento alla morte in acqua.
Vedo folle che procedono in cerchio.
Grazie. Mi saluti nel caso Mrs Equitone
e dica che le porto l’oroscopo a casa.
La prudenza non è mai troppa, oggigiorno”.
Città irreale
sotto la nebbia bruna di un’alba invernale
c’era una folla sul London Bridge, tanti
che non credevo morte ne avesse disfatti.
Ne esalavano brevi e radi sospiri.
Fluiva con lo sguardo fisso ai piedi
in salita e poi giù, King William Street,
fino ai rintocchi di Saint Mary Woolnoth,
sonori i primi otto, il nono morto.
Lì vidi un conoscente, e gridai: “Stetson!
Tu che eri con me sulle navi a Mylae!
Il morto che hai piantato l’anno scorso,
cresce, in giardino? Fiorirà quest’anno?
O lo ha già rinsecchito la gelata?
Non farci avvicinare l’amico dell’uomo,
il cane, o lo dissotterrerà di nuovo!
Tu! Hypocrite lecteur! – mon semblable, – mon frère!”
II. PARTITA A SCACCHI
La sedia di lei, come un trono brunito
splendente sul marmo dove lo specchio
sopra colonne intarsiate di tralci
da cui sbirciava un Cupido dorato
(un altro si copriva gli occhi con un’ala),
sdoppiava fiamme (candelabri a sette bracci)
e rifletteva la luce sul tavolo
che incrociava il brillio dei suoi gioielli
riproiettato da astucci di raso;
fiale d’avorio e vetro colorato
diffondevano strani sintetici profumi,
unguenti, ciprie, liquidi, a confondere
sensi annegati negli odori; smossi
dall’aria fresca di fuori ascendevano
a ingrossare lunghi lumi di candela,
soffiando fumo in mezzo ai laquearia,
dando vita al soffitto a cassettoni.
Legno sottomarino fatto in rame
Ardeva verde e arancio in pietra colorata,
luce triste con delfino scolpito.
Sul camino antiquario troneggiava,
come in finestra su scena silvana,
Filomela in procinto, dal re barbaro
brutalmente forzata, di mutare. L’usignolo
empiva il deserto di voce inviolabile,
ma quella urlava, e ancora il mondo insiste,
“Giù, giù” a orecchie sconce, o sono sventole.
E altri ceppi di tempo rinsecchito
Parlavano sui muri; occhi sbarrati,
forme chine azzittivano la stanza,
e dalle scale un sentore di passi.
E a quel fuoco e alla spazzola, i capelli
di lei davano in punte fiammeggianti,
lumi verbali e feroci silenzi.
“Stasera ho i nervi a pezzi. Stai con me.
Parlami. Perché non parli mai? Parla.
A cosa pensi? Cosa? A cosa pensi?
Non ho mai idea di cosa pensi. Pensa!”
Penso che siamo nel vicolo dei topi
dove i morti hanno lasciato le ossa.
“E quel rumore?”
Il vento sotto la porta.
“E adesso? Cosa sta facendo il vento?”
Ma niente, ti dico, niente.
“E non sai
niente? Non vedi niente? Non ti ricordi
niente?”
Mi ricordo
Che erano i suoi occhi, quelle perle.
“Sei vivo o morto? Non hai niente, in testa?”
Ma
o o o oooh, quel Rag Sha-ke-spi-rianooo
così elegante
e intelligente
“E adesso cosa faccio? Cosa faccio?
Esco così, di corsa, per la strada
coi capelli sciolti, così. E domani?
Cosa mai faremo?”
L’acqua calda alle dieci.
E se piove, un’auto chiusa alle quattro.
E ci faremo una partita a scacchi,
premendo occhi senza palpebre finché bussano alla porta.
Quando ha finito il soldato, il marito di Lil –
c’ho detto, che io le cose le dico in faccia,
FINITE CHE SI CHIUDE
Prima che torni Albert, fatti un po’ bella.
Che poi ti chiede, e i soldi che ti ho dato
per i denti? Ce li ha dati, io c’ero.
Cavali, fatti una bella dentiera,
zio buono, fa, non ti si può guardare.
Ha ragione, faccio io, poveraccio,
oh, quattr’anni di naia, si vuol divertire,
se non ci pensi te ci pensa un’altra.
Ah davvero, mi fa lei, e io, sì.
Ho capito, fa lei, e mi guarda storto.
FINITE CHE SI CHIUDE
Allora, faccio, se non ti va tienilo.
Poi non venire a piangere se un’altra…
Che se ti molla te la sei cercata.
Guardati lì, sembri un pezzo di antiquariato.
(E c’ha solo trentun anni.)
Cosa ci posso fare, e mi fa il muso,
son le pillole che prendo per cavarlo.
(Cinque, e l’ultimo a momenti la accoppa.)
Me le han date in farmacia, ma non mi rifaccio più.
Sei proprio scema, faccio io.
Se Albert non ti lascia stare, del resto –
cosa ti sposi a fare se non vuoi bambini?
FINITE CHE SI CHIUDE
Domenica cosciotto, c’era Albert.
Mi hanno invitato a cena, è buono caldo –
FINITE CHE SI CHIUDE
FINITE CHE SI CHIUDE
Buonanotte Bill. Notte Lou. Notte May. Notte.
Ciao ciao. Buonanotte. Buonanotte.
Buonanotte, signore, notte, care signore, notte, buonanotte.
III. IL SERMONE DEL FUOCO
La tenda del fiume è rotta: le ultime dita di foglie
affondano nel fango a riva. Il vento
va inaudito per la terra bruna. Le ninfe, partite.
Vai piano, buon Tamigi, mentre canto.
Il fiume non porta bottiglie, incarti,
fazzoletti, cartoni, mozziconi
o altri resti di sere estive. Le ninfe, partite.
E i loro amici, eredi sfaccendati della city,
partiti senza lasciare indirizzi.
Sulle rive del Lemano mi sedetti a piangere…
Vai piano, buon Tamigi, mentre canto;
piano, che parlo piano e non sto tanto.
Ma alle mie spalle un vento freddo, ed ecco,
scricchiare d’ossa, un ghigno orecchio a orecchio.
Un ratto strisciava lento tra l’erba,
ventre viscido strascicato a riva,
mentre pescavo sul canale grigio
una sera d’inverno, dal gasometro,
testa al naufragio del re mio fratello
e di mio padre re prima di lui.
Corpi bianchi nudi su terra umida,
ossa sparse in una bassa soffitta –
le fa scrocchiare il ratto, di anno in anno.
Ma alle mie spalle che rumore fanno
i clacson e le auto per portare
a primavera Sweeney dalla Porter.
Oh, sopra Mrs Porter, luna, brilla
e su sua figlia
che si lavano i piedi in acqua frizza
Et O Ces voix d’enfants, chantant dans la coupole!
Cip cip cip
giù giù giù giù giù
brutalmente forzata.
Tiriù.
Città irreale,
nebbia bruna di un meriggio invernale,
Mr Eugenides, mercante a Smirne,
barba incolta, uva passa nelle tasche,
C.i.f. Londra, documenti a vista,
mi ha invitato in francese demotico
a “colazione” al Cannon Street Hotel
poi fine settimana al Metropole.
Quando all’ora violetta schiena ed occhi
non son più in asse con la scrivania, e il motore umano
aspetta come un taxi pulsa e aspetta,
io, Tiresia, pur cieco, pulsante fra due vite,
vecchio con mammelle avvizzite, vedo –
l’ora violetta della sera invita
il marinaio a casa che ora è al largo –
la dattilografa che torna, accende
fornelli, assetta, ed apre scatolette.
Sul davanzale, arditamente stese,
si asciugano le sue combinazioni.
A mucchi sul divano, che è anche letto,
pantofole, corsetti, canottiere.
Io, vecchio con mammelle da signora,
ho osservato la scena e visto il resto,
previsto anch’io quell’ospite previsto.
Lui, giovane foruncoloso, arriva,
sguardo ardito, agentino immobiliare
da poco a cui la sicumera dona
come la seta in testa a un arricchito.
Il momento gli pare sia propizio,
pasto finito, lei stanca, annoiata,
e quindi la sollecita a carezze
non respinte, ancorché indesiderate.
Accaldato e deciso, va all’assalto;
la mano esplora, lei non si lamenta;
la vanità di lui non chiede altro,
fa un benvenuto dell’indifferenza.
(E io, Tiresia, ho presofferto tutto
sullo stesso divano barra letto,
io ch’ero a Tebe, là sopra le mura,
e camminai fra gli ultimi dei morti.)
Concede un piccolo bacio finale
E se ne va a tentoni sulle scale…
Lei si rivolge un attimo allo specchio,
semincosciente della dipartita.
Le formula, il cervello, questo a mezzo:
“È fatta: son contenta che è finita”.
Quando donna gentil si abbassa a questo
Perlustra la sua stanza vuota e afona,
poi si riavvia i capelli con un gesto
da automa, e mette un disco sul grammofono.
“Questa musica arriva dalle acque”
e dallo Strand, via Queen Victoria Street.
Città, città, io certe volte sento,
stando davanti a un pub di Lower Thames Street,
i lai gradevoli di un mandolino
e trapestii e chiacchiere da dentro
di pescaioli a pranzo ove le mura
di Magnus Martyr splendono
di inesplicabili bianco ed oro ionici.
Il fiume suda
nafta e catrame
le chiatte scivolano
con la marea che gira
vele rosse
spiegate
sottovento tendono alberi pesanti.
Le chiatte spingono
tronchi alla deriva
per l’ansa di Greenwich
oltre l’Isola dei cani
Weialala leia
Wallala leialala
Elizabeth e Leicester
batter di remi
la poppa una
conchiglia dorata
rosso e oro
brusche ondate
sulle due rive
vento di sudovest
si trascinava
le scampanate
le torri bianche
Weialala leia
Wallala leialala
“Tram, polvere sugli alberi.
Highbury mi fe’, disfecemi Richmond,
e Kew. A Richmond alzai le ginocchia
supina dentro a un’angusta canoa”.
“Ho i piedi a Moorgate, il cuore lo tengo
sotto i tacchi. Lui poi mi fa, piangendo,
‘Ricominciamo da zero. Mi impegno.’
Io zitta. Con chi vuoi che me la prenda?”
“Spiaggia di Margate.
Mi si connette
niente con niente.
Mani sporche, unghie rotte.
I miei, gente modesta, che si aspetta
niente.”
la la
Poi venni a Cartagine
Fuoco fuoco fuoco fuoco
Oh Signore tu mi cogli
Oh Signore tu cogli
fuoco
IV. MORTE IN ACQUA
Phlebas fenicio, mezzo mese morto,
non sa di gridi di gabbiani e onde,
di perdite e profitti.
Sott’acqua una corrente
sussurra e lo disossa. Su, poi giù,
riattraversa vecchiaia e gioventù
entrando nel gorgo.
Giudeo, Gentile,
tu che giri il timone e studi il vento,
considera Phlebas, che come te era bello e alto.
V. QUEL CHE DISSE IL TUONO
Dopo le torce rosse e i volti madidi
dopo i silenzi gelidi in giardino
finita l’agonia in mezzo alle rocce
con pianti e strepiti
la prigione, il palazzo ed il riverbero
del tuono a primavera, là sui monti,
colui che già era vivo adesso è morto
noi che eravamo vivi, moribondi,
basta un po’ di pazienza.
Qui non c’è acqua, solo roccia,
roccia e non acqua e la strada sabbiosa
strada che piega su fra le montagne
montagne fatte di roccia senz’acqua
acqua, fermarsi a berla, se ci fosse
non si può ragionare fra le rocce
sudore secco, piedi nella sabbia
ci fosse qualche goccia fra le rocce
morte, bocche cariate che non sputano
non puoi stenderti o metterti seduto
non c’è neanche silenzio qui fra i monti
ma tuono secco sterile e non pioggia
e non c’è solitudine fra i monti
ma ringhi e ghigni in facce rosse arcigne
da dentro il fango secco delle case
ci fosse acqua
e non roccia
e poi acqua
e acqua
sorgente
pozza nella roccia
anche solo suono d’acqua
non la cicala
e canto d’erba secca
ma suono d’acqua sulla roccia
il tordo eremita canta fra i pini
tip tap tip tap tap tap tap
ma non c’è acqua.
Chi è il terzo che sta sempre lì al tuo fianco?
Quando conto ci siamo solo io e te
ma se guardo alla strada bianca, avanti,
c’è sempre un altro che ti cammina a fianco,
avanza avvolto in un mantello bruno
e ha il cappuccio, non so se è uomo o donna
ma chi si muove in silenzio al tuo fianco?
Cos’è questo suono alto nell’aria
mormorio lamentazione materna
quali orde incappucciate invadono
piane infinite, inciampano in terra crepata
nel tondo vuoto del piatto orizzonte
Che città c’è lì sopra le montagne
crepa e ricresce e scoppia nel violetto
torri precipiti
Gerusalemme Atene Alessandria
Vienna Londra
irreale
Scostandosi la lunga chioma nera
la donna fece sussurrare corde
e bimbi-pipistrelli nel violetto
con un fischio e un batter d’ali
si misero a strisciare per il muro
a testa in giù per aria c’eran torri
e campane memorate e rintocchi
e canti da cisterne vuote e pozzi esausti.
In questa buca ammuffita tra i monti
poco lume di luna, e l’erba canta
fra lapidi cadute e la cappella
c’è la cappella vuota, casa solo al vento.
Non ha finestre, la porta sbatacchia.
Le ossa secche non fan male a nessuno.
Solo un gallo sulla trave del tetto
chi chi ri chi chi chi ri chi
in un lampo. Poi una botta di vento
che porta pioggia
Il Gange era infossato, foglie flaccide
in attesa di pioggia, nubi nere
addossate laggiù sull’Himavant.
Giungla acquattata in agguato.
Poi parlò il tuono
DA
Datta: che abbiamo dato?
Amico, sangue che mi agita il cuore
lo spaventoso momento di resa
che una vita di prudenza non cancella
per questo e non altro siamo esistiti
ma non lo trovi in nessun necrologio
o in ricordi filati da ragni benevoli
sigilli rotti da scarni notai
nelle nostre stanze vuote
DA
Dayadhvam: ho sentito la chiave girare
nella porta una volta e una sola
4pensiamo alla chiave, ognuno in prigione
e pensare alla chiave fa la prigione
ma al calar della notte, voci eteree,
si rianima un attimo Coriolano finito
DA
Damyata: la barca rispondeva
lieta alla mano esperta di vele e remi
calmo il mare, il tuo cuore avrebbe risposto
lieto all’invito, battendo obbediente
alle mani in controllo
Mi son seduto a riva
a pescare, la piana arida dietro
ma almeno, sistemare le mie terre?
casca Londra casca il mondo casca la terra
Poi s’ascose nel foco che gli affina
Quando fiam uti chelidon – Oh rondine, rondine
Le Prince d’Aquitaine à la tour abolie
I miei cocci a fermare le rovine
Ci penso io. Geronimo rifà il matto.
Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih shantih shantih
Per approfondimento: https://www.intralinea.org/print/translation/2599
Rubrica a cura di Adriano Benocci per Versi traditi.
Abitare la parola per esplorare l’invisibile: una guida poetica per attraversare le ombre dell’esistenza e riscoprire la nostra memoria comune.

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