di Adriano Benocci

L’ orrore della guerra e della morte si consuma in una notte senza speranza. Il poeta scrive questi versi in trincea, la notte del 23 dicembre 1915, sul fronte di Cima Quattro sul Monte San Michele. Mentre veglia il corpo di un compagno, un uomo ucciso solo poche ore prima, non c’è spazio per la punteggiatura né per la metrica. L’urgenza di scrivere spezza i versi fino a ridurli a singole parole, crude come “massacrato” o “digrignata”. In quel compagno caduto il poeta vede se stesso: la sopravvivenza è solo una questione di destino. Eppure, proprio in quel fango, il soldato rimasto vivo trova la forza di scrivere lettere piene d’amore, l’unica arma rimasta capace di sconfiggere l’orrore e la morte.

Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto 1888 – Milano 1970): Volontario nella Grande Guerra, rivoluziona la lirica italiana del tempo distruggendo la metrica tradizionale, per ridare alla singola parola, strappata al silenzio della trincea, al fango e al sangue, una purezza e una luce assoluta e dolorosa.
Veglia
di Giuseppe Ungaretti
Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
Rubrica a cura di Adriano Benocci per Versi traditi.
Abitare la parola per esplorare l’invisibile: una guida poetica per attraversare le ombre dell’esistenza e riscoprire la nostra memoria comune.

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