Un libro di domenica – Breviario dell’altro di Duccio Romagnoli

di Stefano Erasmo Pacini


Mi è arrivato, graditissimo, il cartaceo di questo libro di cui avevo avuto il piacere di conoscere il progetto e leggere il testo prima che andasse in stampa. Riporto le mie impressioni che scrissi allora e rinnovo qui.
“Il breviario dell’altro. Deviare per scoprire l’inatteso” (edizioni Bookabook) di Duccio Romagnoli; è un libro piccolo, articolato in racconti che si leggono volentieri con piacere, sia per la scrittura sia per i temi. Un libro agile ma denso, intenso, con una vena malinconica, vena che ci conduce per mano nei circoli Arci senesi degli anni 90, nelle vite di personaggi famosi o sconosciuti, nei viaggi che l’autore compie in bicicletta in Medio Oriente, nelle riflessioni di storia familiare, nei problemi di un presente che abbiamo sotto gli occhi ma spesso non riusciamo a mettere a fuoco. Non c’è finzione, la vita reale di questi ultimi decenni pervade pagine che non comunicano una nostalgia regressiva, ma una riflessione costruttiva, che si fa sentimento forgiato dalla sorpresa della conoscenza
dell’altro. L’ autore ce lo spiega molto bene, ecco un suo passaggio esemplificativo:


“Cosa rimane dopo le tante emozioni provate? Rimane l’istante, l’incontro, la bellezza, la solidarietà. Rimane il carpe diem, rimane la sorpresa della vita che sa di meraviglia. Rimane soprattutto un senso di stupore verso ciò che non sai e non puoi immaginare, il destino che non ti aspetti“.


Destino che puoi incontrare all’Arci di Fontebecci, sul “tramme “ che ti porta in centro a Siena, lungo le strade dell’Armenia o in uno sperduto paesino turco si incontrano personaggi picareschi senesi, o imperscrutabili cultori dell’ospitalità orientale.
Le avventure vivide di quelli che l’autore ci presenta definendoli “i fotonici“ personaggi un po’ pazzerelli, fuori dalle righe, anarchici e coloriti nei modi e nel linguaggio. (Qui mi verrebbe di aprire una parentesi, sul linguaggio senese e non solo, sul suono e la poesia di una lingua aulica e dei suoi modi di dire, che sono identità della nostra terra. Ma non voglio divagare, anche perché come sapete sul tema ho già scritto nel “Lessico delle prode”)
Chi di noi non ha conosciuto i fotonici? Personaggi purtroppo in via di estinzione, come i lunghi pomeriggi passati al Circolo Arci a giocare a carte, a biliardo, ingannando il tempo e prendendosi garbatamente pel culo. Divertendoci, molto, ma con amicizia, tanta, vera, tangibile. Mi piace a questo proposito riportare questo commento del Romagnoli:


“Sono assolutamente sicuro che tutte quelle persone che decidevano di stare insieme, erano mosse da un istinto primordiale, quasi bambinesco, che da sempre stimola gli esseri umani. Praticare l’amicizia. Sembra una banalità, una cosa scontata, quasi ovvia, ma non è cosi. Esiste qualcosa di migliore? L’amicizia è necessaria, è un rifugio che offre un luogo di intimità, libertà e dialogo autentico, in cui ci si specchia e si trova la gioia di condividere.
Epicuro, filosofo greco, definiva l’amicizia il “bene immortale”, essenziale per una vita felice. Per lui la felicità non si poteva raggiunge senza la pratica dell’amicizia, intesa come reciproca solidarietà, per il raggiungimento di uno scopo comune.”

Cos’altro aggiungere? Sì, posso affermare che il racconto su Zahir, uno dei tanti ragazzi pakistani che vediamo-non vediamo intorno a noi, è una piccola perla nello scrigno del breviario di Duccio. Solo per questo meriterebbe di essere letto il suo libro.

S.E.P.


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