Un libro di domenica | La terra delle donne di Luciana Bellini

di Stefano Erasmo Pacini


La terra delle donne: da Pomonte a Pian di Mucini, da Pian di Mucini a Scalvaia. Un filo che non si spezza, un filo che abbraccia il mondo.

Ci sono incontri e libri indimenticabili. Tanti anni fa, all’alba del nuovo secolo, organizzammo con alcuni amici una piccola rassegna che si chiamava “ A cena con l’autore. “ La formula era semplice: cenavamo tutti insieme in una piccola osteria all’incrocio di Pian di Mucini dove le strade che venivano da Siena e Volterra si congiungevano prima di scendere verso il mare, a pochi km da Massa Marittima. Dopo cena la “veglia” diventava una presentazione letteraria. Sparecchiati i tavoli discutevamo con l’autore, ponevamo domande, leggevamo alcuni brani del libro in questione. Fu così che sotto l’imput di Marcello Baraghini
una sera conoscemmo Luciana Bellini, scrittrice contadina di Pomonte, una località di campagna nei pressi di Scansano. Luciana aveva riempito decine di quaderni con la sua scrittura fitta fitta, e iniziava a pubblicare i primi libri dove raccontava l’epopea della Riforma Agraria, della nascita di centinaia di nuovi
poderi dell’Ente Maremma negli anni 50. L’immensa speranza che si accese per una vita dura ma più dignitosa, le tante delusioni e disillusioni col tramontare della civiltà contadina.
Quella sera una nostra amica aveva alzato un po’ troppo il gomito e la sbornia triste con le sue esclamazioni stavano disturbando la serata. Luciana non fece una piega. Senza smettere di raccontare si mise accanto alla tipa accarezzandola finché non reclinò la testa sulla sua spalla e rimase in silenzio ad ascoltare i suoi racconti.
Ventitre anni e tanti libri dopo abbiamo ospitato il 20 settembre Luciana alla rassegna “ Un mese di libri “ a Scalvaia. Il tempo è passato senza appannare il suo carisma e la magia dei suoi racconti. “La terra delle donne“ è stato nel frattempo riedito da Effigi, e abbiamo potuto apprezzare nuovamente la sua sconfinata poetica, la potenza delle testimonianze raccolte da Luciana tra le senza-voce per antonomasia: le donne che abitarono quei poderi dell’Ente Maremma tra difficoltà indicibili. Luciana entra nelle loro case in punta di piedi, le ascolta con amore, ne vince reticenze e pudori arcaici, le spinge a raccontare e raccontarsi, cose che mai avevano avuto il coraggio di dire. A nessuno, neppure a se stesse. Queste donne rompono un silenzio umile e pieno di sopportazione, perché nessuno dimentichi quanto maschiliste e brutali furono le nostre campagne. E per non dimenticare quanto repentino fu l’avvento del
consumismo, e con esso il bisogno di scordare quello che eravamo stati fino al giorno prima. Cosicché quel tanto atteso futuro si trasformò nell’inizio della fine e le campagne diventarono per lo più l’ennesimo pascolo speculativo turistico.
Luciana presenta con semplicità e gioia il suo libro, dicendo di non aver fatto altro che scrivere su quaderni i racconti delle donne maremmane. Un libro che, va sottolineato, è scritto nel linguaggio della bassa Maremma, spesso refrattario all’ortografia moderna e messo giù in modo fantasioso da Luciana affinché non se ne perda il “suono,” la poesia e l’identità della terra.
Si stupisce e ci fa stupire in modo fanciullesco: “Anche gli scrittori veri tribolerebbero a trovare frasi del genere e, loro le regalano a me: la mattina si partiva di casa co’ le stelle e si tornava co’ la luna.” E più avanti Luciana fa una considerazione decisiva “ Solo ora mi rendo conto che la vita di queste donne è un filo: il filo di tutte quante noi. E’ un filo che abbraccia il mondo. E’ un gomitolo grande e tondo che da sempre s’arrotola e si srotola e non si spezza mai.”
Infine Luciana non chiude tutte le porte verso l’universo maschile. “ Tra le voci tutte al femminile, c’è quelle di un uomo, che la terra dell’anima, della vite e del fiore è anche dei maschi e, se scavano bene dentro, quella terra la trovano.”

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