Portami a casa, è tardi

di Adriano Benocci


Lo lasciavo là tutte le sere, in quel letto, con la sua cassetta degli attrezzi, con i tedeschi, insieme all’Ingegner Bosi e la moglie. Ogni notte, lo lasciavo a pescare nei suoi fiumi, a piantare il tabacco, perché quella era la stagione. Ma io che ne potevo sapere.

Poi quei passi sordi nei corridoi eterni e spogli, avvolto dalle luci al neon che mi ronzavano nel cervello.

Sono stato in un sacco di posti con lui in quel periodo, anche in Albania. Marciai con loro sul filo di quel colle che sembrava un dorso di cavallo, quando spuntarono i tedeschi, trivellarono di colpi l’Altobelli e poi battemmo in ritirata. Insieme abbiamo organizzato cene per persone che non c’erano più e che poi non si sono mai fatte; mi ci scappa da ridere, ora.

Insieme si camminava, e tanto, in tempi insoliti. Si arrivava sempre al punto preciso dei nostri incontri, ma la strada fatta per arrivarci non esisteva davvero. Non mi scordo i suoi passi sotto le coperte, lenti e precisi, mentre me ne stavo lì, dietro alla tenda che spaccava a metà la stanza. Vicino, un uomo già respirava la morte. Qualche minuto con i piedi nel dubbio e subito uscivo dal separé. Il suo sorriso si apriva sotto i baffi bianchi e mi diceva:

«Sei già qui? Visto? Ho fatto veloce. E la macchina dov’è? Io non mi ricordo mica dove l’ho messa quando sono venuto qui. Ascolta dai, portami a casa, è tardi».

«Non si può, lo sai nonno. Ora viene l’infermiera, stai tranquillo. La macchina è al sicuro nel parcheggio. Tu ora cerca di riposare un pochino».

«Lo sai? Stanotte mi hanno fatto come al toro, ZAC! Via, mi hanno tagliato le palle. E ora come lo dico a Gostì? Mi farà un baccalà!»

«Nonno, copriti le gambe, fa freddo. Non siamo mica al mare, siamo all’ospedale».

I giorni finivano insieme alla lucidità, ma non alla sua dolcezza. Andammo anche a pescare da quel letto che ormai era il suo mondo. Erano tanti anni che non ci si andava: l’ultima volta mi disse che, se stavo zitto e non tamburellavo sulla canna, avrebbe abboccato il pesce e poi mi avrebbe comprato un gelato. Nel silenzio di quella stanza lo guardavo gesticolare disteso sul mondo. Conoscevo bene quei movimenti: la mano che prendeva i bachini dal sacchetto legato alla cinta, con delicatezza li infilava nell’amo e pescava in silenzio, tra un lancio e l’altro, si tirava su gli occhiali come se gli scendessero per il sudore. Non prese nemmeno un pesce e così mi disse:

«Adrià, dai, si cambia punto. Qui il tombolo è torbido e i pesci non danno».

Annebbiato e legato, con gli occhi velati, tra quelle sponde che per lui erano a volte un carretto, a volte una prigione, mi denunciò anche all’alto comando perché lo avevo tradito:

«M’hai tradito! Come hai potuto farlo a me? Mi hai tradito. Ma perché mi hai fatto questo?»

Lui quella sera se ne andò con la sua vecchia macchina, una Simca celeste come il cielo. Lo lasciai mentre cercava di far manovra bestemmiando, perché il signore del letto accanto non si spostava.

Aveva ottantacinque anni. Mi disse di non aver fatto nemmeno la metà delle cose che avrebbe voluto fare, e che più della metà di quelle fatte non avrebbe voluto farle. Oltre a quella macchia scura, aveva tutto un mondo nel cervello. Un mondo che non c’era più. Si è portato tutto dietro.

È vero, nonno, ti ho tradito. Avrei dovuto portarti a casa quella sera, ma non potevo: era già troppo tardi.


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