di Francesco Lacava

Il suono delle campane. Non rintocchi, ma la melodia di una canzone religiosa mandata dagli altoparlanti del campanile.
Mezzogiorno.
Cristiano smise quello che stava facendo e si segnò come gli era stato insegnato da piccolo, concludendo con un ‘AMEN’ sussurrato, poi riprese ad occuparsi del corpo della madre.
Nonostante fosse minuta, la donna aveva una corporatura robusta e l’idea di farla a pezzi, specie con i 45 gradi in casa, si stava rivelando complicata.
Una mosca si era posata sulle labbra spalancate passeggiando spensierata, Cristiano la scacciò.
“Forse meglio se la imbalsamo” osservò guardando il corpo per terra; gli occhi spalancati, il vestito ampio a fiori che lasciava scoperta la gamba dove una calza scura stringeva il polpaccio che stava iniziando a cambiare colore.
Aveva sete, lo sforzo gli aveva seccato la gola e poi il caldo: “Possibile sta aumentando?”
La televisione in cucina mandava ad alto volume la televendita di una macchinetta del caffè elettrica che poi divennero programmi.
Lasciò tutto com’era e aprì il frigorifero alle sue spalle. La bottiglia di vetro, fredda, fu un sollievo per le sue dita, ma dovette fare attenzione perché erano scivolose da alcune macchie di sangue.
Bevve avidamente a canna: “I bicchieri, Cristiano!” urlò la madre nella testa e lui sorrise: «Adesso non me lo dici più!», disse rivolgendosi al corpo.
Una seconda mosca era arrivata nel frattempo ronzando indecisa su dove posarsi. Era entrata dalla zanzariera lasciata aperta che portava al giardino sul retro. Da dove si trovava, Cristiano vedeva le due aiuole incastonate in rettangoli di marmo e divise da un camminatoio che arrivava alla fine del piccolo quadrato dove c’era un’altra stanza.
A destra il roseto e un albero di prugne, a sinistra vasi colmi di basilico, gerani e cespugli di rosmarino.
Quello era il suo dominio, la sua vittoria personale. La capacità straordinaria di occuparsi delle piante e farle crescere rigogliose nonostante il caldo e la scarsità di acqua erano la prova del suo talento.
Quella era la zona dove persino sua madre non osava replicare e dove addirittura esprimeva complimenti ed elogi, al posto delle solite critiche.
La mosca si posò sulla fronte madida di sudore, le zampette lo distrassero dalla ammirazione estatica del giardino, riportandolo dentro la piccola cucina asfissiante e calda.
C’era un odore strano, un dolciastro che si mescolava al detersivo per piatti usato poco prima e il detergente per gabinetti che veniva potente dal bagno.
Qualcosa balenò nella mente: usare quei prodotti per preservare il corpo. Il dolciastro che avvertiva proveniva dal cadavere: com’era possibile che il caldo avesse già anticipato la decomposizione?
Da quanto era fermo in piedi a fare nulla?
“A perdere tempo!”, risuonò ancora la madre.
Scosse il capo per scacciare quel ricordo che non poteva più fargli nulla, poi afferrò le gambe del corpo trascinandolo verso il bagno. Fu un’impresa complessa e snervante, non solo per il peso che gli pareva impossibile per una persona come lei, ma soprattutto per il caldo.
Maledetta calura che lo accompagnava come una seconda veste.
Il frastuono della televisione lo distrasse, lasciò cadere le gambe che caddero con un tonfo sul pavimento. Le voci, le luci e i gingle entravano dentro di lui come siringhe bollenti.
La spense con fastidio: finalmente il silenzio.
Il bagno, piastrellato con mattonelle rosa pallido, era un forno. La finestrella era aperta e un refolo caldo entrava agitando le cortine delle tendine. Con grande fatica riuscì a issare il cadavere sul bordo della vasca e lasciarlo cadere dentro, atterrando in una posizione irreale, con la faccia schiacciata e le gambe che sporgevano. Per quanto provasse a muoverlo per adagiarlo era rigido, un manichino freddo.
Le mosche lo accompagnavano fedeli.
Grondava sudore e aveva il fiatone; gocce cadevano dalla fronte e dal petto lungo il ventre e tra le cosce.
Si svestì completamente restando in mutande e d’istinto sentì sua madre che gli urlava perché indossasse qualcosa: “Copriti che fai schifo!”
Ma era solo un altro ricordo.
Prese tutti i prodotti per la pulizia della casa, allineandoli sul bordo della vasca: flaconi dai colori sgargianti e nomi promettenti. Chiuse lo scarico e guardò il corpo: doveva toglierle il vestito a fiori?
Un senso di disagio gli scatenò un brivido: toccare il corpo di sua madre, spogliarlo e maneggiarlo.
“La carne è debole e va tenuta alla catena come coi cani feroci!”
Chissà perché adesso era arrivata la voce di don Angelo.
Quando ogni sabato sera sua madre lo trascinava in chiesa per la confessione. perché potesse ricevere l’Eucarestia della domenica e lei lo guardava penetrante dalle panche, mentre usciva dal confessionale rosso in volto.
Alcune mattine poi, quando sistemava i fiori, spazzava la navata e raccoglieva le magre offerte a santi e madonne, il sacerdote gli insegnava cose nella semioscurità della sacrestia, dove tutto era silenzio e deserto.
Le mani del don scivolavano dalle spalle di Cristiano lungo il corpo, soffermandosi sulle cosce.
A lui quelle carezze non dispiacevano, specie quando diventavano un modo per ‘scacciare certi pensieri’.
La mano tirava fuori il pene, le dita indugiavano lievi sul prepuzio e poi afferravano l’asta muovendosi ritmicamente.
“Questo è un nostro segreto. Ogni volta che sentirai il bisogno verrai da me!”
Cristiano ci aveva provato anche da solo, ricevendo la stessa soddisfazione.
In quel bagno adesso l’erezione spuntava attraverso le mutande, ma la presenza di sua madre anche se cadavere, bastò a fargliela passare.
Aprì un flacone a caso versandone il contenuto nella vasca. Poi passò a quello successivo, poi al terzo e così via fino all’ultimo.
Nel giro di poco si era creata una pozza multicolore che non copriva però il corpo interamente.
Gli odori fruttati si mescolavano alla brezza marina e a quello dei fiori, ma in sottofondo come una nota stridula, il dolciastro continuava.
Ben presto i vapori e il caldo fecero sentire Cristiano strano, leggero e con la vista che si annebbiava. Fu prima di crollare nella vasca anche lui, che tornò in cucina. La testa gli pulsava e le narici sembravano avessero sniffato del fuoco, tanto gli bruciavano.
Sedette al centro della stanza, tra la porta del giardino e il corridoio che portava alle camere e all’entrata, in attesa che quelle vertigini passassero.
Aveva scordato di non unire i prodotti, che erano veleno.
“Adesso sono avvelenato”, pensò.
Immaginando di morire anche lui e di essere ritrovato semi nudo in sala, con il disgusto negli occhi della gente.
“Cosa penseranno i vicini?”
Ancora una volta il monito di sua madre inculcato da piccolo.
Ben presto nausea e vertigini passarono e Cristiano tornò in bagno. Aveva lasciato la porta spalancata per arieggiare, ma i miasmi aleggiavano ancora e la miscela che aveva creato nella vasca aveva assunto una tinta scura e oleosa con striature arcobaleno, come se avesse mangiato la fantasia a fiori del vestito.
Prima di rientrare usò un canovaccio che legò a coprire naso e bocca, guardandosi allo specchio sorrise e alzò la mano a mo’ di pistola: «Mani in alto, straniero!».
Indossò poi i guanti gialli con cui a volte lavava i piatti, quando sua madre glielo permetteva, perché “Non strofini abbastanza e tocca fare di nuovo a me!”.
Quando alla fine ritornò dalla madre, Cristiano scoprì che nonostante le protezioni, l’odore penetrava nel naso, anche se era più tollerabile.
Senza indugiare ancora, afferrò il cadavere per le spalle sollevandolo dalla pozza: la pelle del volto aveva una patina e il colore che assunto non aveva nulla di umano.
Affascinato, restò a guardare le labbra tumefatte, le guance gonfie e l’occhio: una faccia che per cinquantanni diceva di aver fatto di tutto per lui, nel bene e nel male.
«Non più, mamma!»
Tastò la pelle per scoprire deluso, che non si era ancora imbalsamata: “Dove ho sbagliato? Forse è passato ancora poco tempo”.
La campana mandò un singolo rintocco: era passata un’ora e non era successo ancora niente; aveva pensato fosse stato più facile, “Come alla televisione”, ma i fatti erano altri.
Dalla finestra arrivò un singolo refolo che lo investì, chiuse gli occhi a quel senso di godimento che gli era stato regalato. Poi riaprendoli guardò oltre la tendina verso il giardino ed ebbe una rivelazione.
Adagiò il corpo nella vasca accompagnandolo, poi tolto il canovaccio andò fuori a passo spedito.
La controra era iniziata, quello spazio liminale in cui l’intero paese restava sospeso quasi tra sogno e veglia, chiuso in casa a tapparelle abbassate per affrontare la parte del giorno più dura.
Non c’erano suoni oltre al frinire delle cicale e qualche stoviglia che veniva usata di tanto in tanto, tutte le finestre che davano sul cortile erano sigillate, poteva quasi intuire ciò che la gente faceva.
Dal fondo del giardino, dove si trovava un’altra stanza che era una grande dispensa, Cristiano prese una pala entrando poi nell’aiuola a destra, dove c’era il grande roseto.
I fiori erano splendenti, anche se sembrava patissero il caldo anche loro, ma a vederli così rigogliosi e rossi, fu per Cristiano una soddisfazione: “Mamma tu non eri in grado nemmeno di tenere vivo il basilico!”
Prima di scavare, controllò la terra attorno, per vedere dove era meglio: il cespuglio era cresciuto così tanto da arrivare alla parete alle spalle ed era lì che lui intendeva scavare.
Controllò ancora che non ci fosse nessuno, poi affondò la vanga.
Fu un’impresa faticosa, il sole ardeva sulla pelle e il sudore colava tra gli occhi bruciandoli, ma Cristiano continuò a scavare, fino a quando il suono di una tapparella non lo fece bloccare.
Non osò girarsi e restò immobile, chino sulla piccola buca che aveva creato. Aspettò una voce che lo salutasse, che chiedesse cosa stesse facendo; fu un momento lunghissimo, che sembrò non finire, poi invece il silenzio.
Cristiano gettò via la pala e in ginocchio, prese a scavare con le mani, freneticamente: manciate di zolle secche volavano via e qualche pezzetto gli finiva anche sotto le unghie ferendolo, ma lui non sentiva nulla, se non il dovere di finire quanto prima, facendo attenzione anche al roseto, che non venisse toccato o rovinato.
Qualche spina gli graffiò il dorso delle mani e le braccia, ma lui continuava ancora. C’era come una frenesia che si era scatenata nella sua testa e che lo spingeva ad agire fino al raggiungimento dello scopo, raramente si era sentito in quella maniera e in un certo senso, gli piaceva.
Alla fine, quando pensò che fosse sufficiente, la guardò in piedi: non era molto profonda, ma era larga abbastanza per contenere il corpo di sua madre.
Gli girava la testa per essere stato troppo tempo piegato e le ginocchia, anch’esse doloranti, erano incrostate di sangue e terriccio.
Ritornò in bagno.
Le mosche erano aumentate e adesso quell’odore dolciastro si era fatto più forte di quello chimico dei prodotti.
Afferrò la madre per le ascelle, tirandola via dalla vasca, a metà dello sforzo, le dita persero la presa e la donna cadde con un sonoro tonfo sul pavimento, con un suono cupo e pesante.
Cristiano allora decise di afferrarla per le gambe, trascinandola lentamente, passo dopo passo, attraverso la cucina, lasciando una scia di acqua colorata.
Prima di portarla in giardino, restò ad ascoltare e guardare, le tapparelle erano sempre chiuse e la calma regnava ancora su tutta la zona.
Un ultimo sforzo e fu davanti il roseto, dove scaraventò senza riguardo il corpo della donna a faccia in giù: non sopportava di rivedere ancora quel volto, che adesso solo vagamente ricordava sua madre.
Questa volta per rimettere la terra apposto usò la vanga, la buca non era abbastanza profonda e la terra ributtata era arida e agglomerata, lasciando esposti parte di un braccio e il tessuto a fiori.
Venne assalito dal panico.
Respirava affannosamente con la bocca, mentre il sudore aumentava sempre di più colando dalla fronte, dalle ascelle, lungo il ventre, fin dentro le mutande. Passò il dorso della mano sporca sugli occhi, lasciando lacrime terrose come una maschera teatrale.
“E mo’ che faccio?”
Un’altra tapparella alle sue spalle venne alzata e Cristiano si fermò nuovamente impietrito davanti la fossa. Il pensiero andava alla scena del suo arresto, con tutti i vicini lungo la via a guardare mentre veniva portato via dai carabinieri.
Da lì poi lo scenario fu la voce dell’intero paese che parlava di quanto fosse malato, anormale; pazzo e tutte quelle voci erano uguali a quella della mamma.
«Io volevo solo stare solo», disse ad alta voce.
Nessuno però disse nulla, né fece il suo nome e poco dopo riprese ad ammucchiare altra terra sul cadavere, prendendola anche da quella intorno fino a ricoprire abbastanza, o almeno abbastanza per lui. Quando ebbe finito mirò il lavoro: c’era un rigonfiamento ai piedi del cespuglio, tra la parete e i rami spinosi, ma era celato e sembrava almeno per il momento essere parte della scena.
«Ce l’ho fatta, mamma hai visto? Tutto da solo e tu che pensavi di no!»
Le campane mandarono un solitario rintocco, il suono si perse della calura della controra, come un desiderio acerbo.

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