La bambina che non crescerà
di Sandro Fracasso

Il libro “Il piumino rosso” di Susanne Eichhammer merita attenzione per motivi diversi e comunicanti.
La vicenda narrata è stratificata: si inizia dal rapporto madre-figlia, per finire in un viaggio interiore e fisico che porterà Susanne a comprendere le ragioni di sua madre Erika.
La storia raccontata spiega come senza la comprensione reciproca e l’accettazione del dolore collettivo è impossibile superare qualsiasi conflitto. La sofferenza dei vinti, degli sconfitti due volte, dei bambini tedeschi mutilati della felicità delle loro infanzie a causa delle scelte dei loro padri, incombe pesantemente sui lunghi anni del dopoguerra. Li descrive con lucida chiarezza Roberto Rossellini in “Germania anno zero”.
Erika è una di queste bambine.
Un giorno di aprile del 1945 deve lasciare la scuola dove ha amici e una vita fatta d’arte e musica. Ha tredici anni, come tutti gli altri dovrà tornare a casa. Abita lontano, da Wernigerode a Zerbst/Anhalt ci sono 120 chilometri battuti dalle bombe. Decide di prendere con sé solo il suo piumino rosso, come protezione fisica e psichica, fa freddo dentro e fuori.
Questa esperienza avrà per Erika una valenza inesauribile e a tratti destabilizzante, e la segnerà a tal punto da condizionarne ogni decisione. Se da un lato la sua indole allegra e propensa all’arte resisteranno, sarà proprio questo avervi dovuto rinunciare, questa necessità di dover crescere continuamente e alla svelta a impedirle di farlo, fino a renderla una madre destabilizzante.
Una donna vitale e insieme provocante, che attrice sarebbe stata, che donna di teatro abbiamo ucciso bambina sotto le bombe.
Erika non si è mai fermata e in due settimane ha raggiunto sua madre, ma alle spalle ha sacrificato ciò che più amava.
Per questo Susanne parte a piedi, sul percorso della madre-figlia, alla ricerca di una comprensione che in vita non era stata completa. I luoghi che attraversano, perché lo spirito, la memoria e i ricordi di Erika sono sempre con lei, godono della cultura cinematografica di Susanne. Le sue foto, la colonna sonora che sceglie, le citazioni, richiamano costantemente il primo Werner Herzog, il documentarista selvaggio e insaziabile, il camminatore solitario.
C’è in ogni libro di viaggi il pericolo di eccedere, specie in quelli scritti da uomini: tratte infinite, disumane, che fanno pensare più al dolore che alla rivelazione che racchiudono. Quello di Susanne è un percorso di meno di una settimana, non tutto a piedi e non in luoghi remoti e sperduti, la sua importanza sta nell’essere un cammino interiore. È come se a ogni passo ci si attendesse quel “clic” che andrà a sbloccare, più che i ricordi, il fiume interrotto delle emozioni.
La Germania che attraversa è fatta di case abbandonate e di vite sospettose. Ci si chiede di continuo come abbia fatto Erika, se Susanne ha durato fatica. Sì, il caldo dell’estate del 2022 e i timori che la nostra società eredita da un’ansia fasciante che ci fa temere di tutto sono brutali, ma si può paragonarli al 1945?
Come avranno fatto i Wolfskinder? (in tedesco “bambini lupo”, erano i bambini tedeschi rimasti orfani o separati dalle famiglie nella Prussia Orientale alla fine della Seconda guerra mondiale).
Il nostro male è Le flic dans la tête, il poliziotto nella testa, il censore che ci giudica a ogni passo e ci fa vedere una minaccia in ogni possibilità.
L’umano si comporta in modo bizzarro, sa essere generoso quando non ha quasi nulla e attaccarsi disperatamente ai suoi averi quando ne ha in oscena sovrabbondanza.
Un esempio. Quest’anno di carburanti schizzati a prezzi infami ha visto un aumento del consumo di benzina del 9%, come se fosse l’ultima volta che potremmo viaggiare, come se dovessimo consumare tutto il prima possibile, prima che qualcun altro appunto lo possa prendere al posto nostro.
Questo male di vivere minaccia la serenità del viaggio di Susanne già nel 2022, lei, donna gentile, determinata e coraggiosa, incontra una società spaventata che ci fa chiedere: ce la farebbe Erika oggi a percorrere quegli stessi 120 chilometri?
Una nota sulla “traduzione”.
Essa è a tutti gli effetti la conferma del senso etimologico intimo della parola tradurre, la sua radice latina è traducĕre e ha in sé nascosto il rischio di un tradimento, di un senso che si può perdere per strada.
Stefano Erasmo Pacini che ha curato la “traduzione” non conosce la lingua tedesca, in cui “Il piumino rosso” è stato scritto. Come ha fatto allora a realizzare quello che al netto di qualche refuso fisiologico, conta un solo vero errore, che sta nella parola Königskinder, che diventa “bambini veri” quando significa invece “bambini reali”, nel senso di sangue reale?
Le nuove tecnologie permettono miracoli, ma non è sufficiente a giustificare un testo vibrante e umanamente coinvolgente. L’hanno sicuramente supportato la sua dote di narratore e la profonda empatia. Inoltre Susanne e Stefano hanno costruito, tramite il dialogo di lunghi anni di amicizia, un ponte che ha permesso loro di traghettare questa opera preziosa attraverso le lingue. Un percorso ben più lungo di 120 chilometri. E se Stefano si schernisce dicendo di non esserne il traduttore, stavolta devo dare ragione a Susanne, che a ragione lo ha indicato come tale. Perché mai viene il dubbio leggendo il lavoro che sia il frutto di strumenti artificiali, tanto è potente, sincero e reale, appunto.
s.f


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