di Adriano Benocci

(Spoiler: medio)
La memoria è importante. È quella funzione della mente che ci permette di ricordare e di non ripetere gli stessi errori; credo sia questo, o almeno che questo sia uno dei motivi per i quali Sacha Naspini ha scritto Villa del Seminario, per opporsi a questa amnesia. A Le case la memoria è stata tradita e la storia non è diventata tale. Il compito della letteratura, allora, è quello di ricucire lo strappo.
Ed è proprio attraverso gli occhi di chi è rimasto a cucire e ricucire, anche quando tutto crollava, che arriviamo a ricordare. La guerra è finita. In via Roma la gente festeggia e René (Settebello), il ciabattino del paese, si ferma a guardare oltre la finestra:
«L’ho fatto anch’io». Si spiava nel riflesso del vetro sporco che prendeva la luce dorata del tramonto. Di sicuro la Maremma non ne aveva visti di più belli. Scorse un giovanotto rovesciarsi un fiasco di vino sulla testa, prendere la prima ragazza che gli passò accanto e cominciare a ballare senza musica. Se non era una rivoluzione quella…
In questo riflesso dorato, però, non c’è solo la gioia della liberazione, ma il peso e la tragedia di tutto ciò che è stato. Dietro quella finestra, davanti a quel tramonto si staglia ancora l’ombra imponente della Villa del Seminario.
Dentro l’orrore della guerra, sentimenti come l’amicizia, l’amore e la Resistenza non sono elementi secondari: in Villa del Seminario sono le porte d’accesso che ci conducono tra le macerie della Storia. René è un uomo di cinquant’anni, il ciabattino de il borgo Le Case. Una normalità apparente che si rivelerà, in realtà, l’unica ancora di salvezza per lui e per l’intera comunità. In guerra le scarpe sono importanti.
Accanto a lui c’è Anna: amica, vicina di casa, già vedova della Grande Guerra e madre orfana di un figlio partito con la divisa nera e morto, invece, tra le fila dei partigiani. Anna soffre la tragedia più indicibile, ma non si arrende; sceglie di raccogliere il testimone del figlio e “andare per i boschi”, abbracciando la lotta clandestina con le Brigate Partigiane,
L’amore silenzioso che lega René e Anna è straordinario proprio perché privo di grandi gesti o dichiarazioni teatrali. È un sentimento fatto di vicinanza pura, di silenzi condivisi e di una quotidianità che si ostina a resistere, nonostante l’oscurità che sta per stringere il borgo in una morsa terribile. A René mancano tre dita della mano destra, lasciate su un tornio a tredici anni; è un uomo che conosce a memoria solo la strada tra la sua casa e la bottega. Eppure, proprio in Anna trova un porto sicuro, un legame viscerale con la parte più intima e pulita dell’essere umano. Mentre tutto intorno il fascismo sfascia, René aggiusta e mette a posto.
A fare da sfondo, proiettando un’ombra claustrofobica su questa scena, c’è la Villa del Seminario. Storicamente residenza estiva a Roccatederighi del vescovo Paolo Galeazzi, nella realtà storica della Maremma si trasforma, con tanto di contratto stipulato tra fascisti e curia, in un campo di internamento e di smistamento per ebrei, verso Fossoli e poi Auschwitz. Per 5.000 Lire al mese, la stessa cifra data ai delatori. La Villa è una presenza oscura, un’entità oppressiva che altera e distorce definitivamente il destino de Le Case e dei suoi abitanti. Gli occhi chiusi e il silenzio hanno fatto il resto.
Quando il maresciallo Rizziello accusa René di fare da staffetta per i ribelli, inviando messaggi e lettere nei boschi, il ciabattino viene internato e sottoposto a brutali torture. Per spezzare la sua resistenza e costringerlo a parlare, i carnefici usano l’arma più vile: gli fanno credere che anche Anna sia stata catturata e rinchiusa tra quelle stesse mura. È qui che avviene il cortocircuito. Spinto non da un manifesto politico, ma da quel sentimento puro e silenzioso per Anna, René si ritrova a fare da ponte tra le atrocità istituzionalizzate della Villa e la Resistenza esterna, trascinando il lettore verso l’inevitabile fine di ogni possibile neutralità.
Villa del Seminario è un romanzo crudele, com’erano quei tempi maledetti. Sacha Naspini non si limita a raccontare una storia, ma ci fa affondare in una sofferenza materica che è, allo stesso tempo, speranza. È una lettura che non lascia indifferenti: camminiamo con quei giovani ragazzi nei boschi e viviamo dentro i gesti di un ciabattino, in una storia dove l’amore e la Resistenza diventano infine la stessa cosa. Un libro indispensabile, che vale ogni singolo albero che è stato abbattuto per stamparlo; un’opera che ci fa capire come la memoria non sia l’ala polverosa di un museo, ma uno specchio in cui possiamo ancora riconoscerci come esseri umani. Il romanzo ci lascia così: con gli occhi pieni di un tramonto maremmano, a guardare un ragazzo e una ragazza che ballano senza musica, profondamente grati per ogni singolo istante di libertà. Villa del Seminario è un libro potente, che si rifiuta di tradire il passato e ci costringe, finalmente, a ricordare.
a.b


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