DI ADRIANO BENOCCI

Se la solitudine, il dolore e la perdita potessero essere descritti, e se una vita — con il suo senso tragico e la sua unica, certa verità — potesse essere spiegata, non cercherei altro modo per farlo se non con la poesia di Salvatore Quasimodo.
Il finale più celebre del poeta, inizialmente parte della lirica Ora che sale il giorno nella raccolta Acque e terre (1930), divenne poi un componimento autonomo e diede il titolo all’intera e famosissima raccolta Ed è subito sera (1942), pietra miliare dell’Ermetismo del Novecento. In quell’ultimo, fulmineo verso, l’attimo e il tempo si fanno morte nell’immagine subitanea della sera.
Salvatore Quasimodo (Modica 1901 – Napoli 1968): Premio Nobel nel 1959 e figura di rilievo dell’Ermetismo. La sua parola, scarna ed essenziale, serve a dare voce alla solitudine dell’uomo contemporaneo, al dolore della guerra e alla nostalgia per la sua terra natia.
Solitudini
di Salvatore Quasimodo
Una sera: nebbia, vento,
mi pensai solo: io e il buio.
Né donne; e quella
che sola poteva donarmi
senza prendere che altro silenzio,
era già senza viso
come ogni cosa ch’è morta
e non si può ricomporre.
Lontana la casa,
ogni casa che ha lumi di veglia
e spole che picchiano all’alba
quadrelli di rozzi tinelli.
Da allora
ascolto canzoni di ultima volta.
Qualcuno è tornato, è partito distratto
lasciandomi occhi di bimbi stranieri,
alberi morti su prode di strade
che non m’è dato d’amare.
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Rubrica a cura di Adriano Benocci per Versi traditi.
Abitare la parola per esplorare l’invisibile: una guida poetica per attraversare le ombre dell’esistenza e riscoprire la nostra memoria comune.
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