Il tempo portato addosso: Scoprire Tersa morte di Mario Benedetti

Di Adriano Benocci

Era un giorno assolato e caldo. Decisi di entrare in libreria. Avevo bisogno di poesia come di un bicchiere d’acqua; non avevo un’idea chiara, nessun poeta in particolare in testa e nessuna poesia nel mirino. Andai dritto nella sezione poesia, si trova facilmente in ogni libreria, anche in quelle sconosciute, perché lo scaffale dove dimorano i libri di poesie è sempre più piccolo. Guardai fugace i titoli, c’era un po’ di confusione nei ripiani, e non quella di troppe mani avide che hanno cercato libri, ma di poche che da tanto non davano una sistemata. Adottai un metodo di scelta opinabile. Avrei scelto il libro di poesie con la copertina più brutta di tutte. Visto lo spessore di alcune sillogi fondamentali, i volumi tra cui scegliere non erano poi tanti. Non so come facciate voi quando andate in libreria a scegliere un libro, specialmente di poesie. Io, in libreria ci passerei le ore eterne anche solo a fare niente; quando poi devo scegliere cosa comprare, quel tempo lungo e dilatato diventa un obbligo felice. Fu allora che vidi questo libretto, sicuramente con la copertina più brutta tra quelle presenti, e quasi sicuramente tra le più brutte del mondo mondiale. Un record. Una copertina monocromatica gialla, accesa e lucida, in totale contrasto con il titolo, anch’esso in contrasto con se stesso: Tersa morte.

Non ho resistito. L’ho afferrato sicuro, doveva essere mio. L’ho messo sotto il braccio, sono andato alla cassa, ho pagato, l’ho messo in borsa, ho salutato il libraio e sono uscito.



maggio 2010

Anni che non dovrebbero più, ore che non dovrebbero

prendermi i giorni, le settimane, i mesi. Il tempo

portato addosso, il sosia a cui chiedo di aiutarmi.

Con la sedia di mio padre gioca la bambina che non conosco.

Adesso è sua. Gioca con quelli che diventeranno i suoi ricordi.

Tutto è una stanza sola. Le fermate sono da rimettere

[a posto,

Sollevare dei pesi, deporli. Lo sguardo si incuriosisce nella forma

di una porta marcita dove abita una signora anziana da sola.

Il sosia ascolta mia madre non morta, parla di mio fratello

o gli scrive. Pensa al protrarsi della vita che mi sopravvive.


Ho letto questa poesia innumerevoli volte prima di riuscire a girare pagina e leggerne un’altra.

Benedetti vive e scrive in un tempo non lineare, esplorando l’identità di fronte al dramma del lutto e della memoria. Il poeta racchiude in una stanza tutto il suo vissuto, stratificato in anni, mesi e giorni: è il tempo portato addosso, una dimensione soffocante che si fa fisica e concreta. In questo spazio claustrofobico, che annulla ogni geografia per farsi pura interiorità, egli raduna passato, presente, futuro e un proprio alter ego. Al sosia spetta il compito di sostenere il peso della realtà e della cronologia che si accumulano sul corpo; oltre i confini di questa stanza, la vita comunque sopravvive.

In questi versi emerge un dolore troppo lacerante per consentire all’autore di abitare in prima persona il presente. Il ricorso al Doppelgänger diventa così una necessità difensiva: delegando la sofferenza al proprio doppio, che diventa scudo, l’io reale può distaccarsene e rimanere salvo.


<<Con la sedia di mio padre gioca la bambina che non conosco./

Adesso è sua. Gioca con quelli che diventeranno i suoi ricordi>>.


I due versi centrali, strazianti e meravigliosi, fungono da cardini per la porta della memoria, racchiudendo il senso intimo del ciclo tra vita e morte nel ricordo di chi resta. Attraverso l’immagine della bambina che gioca costruendo la propria memoria futura, il poeta cristallizza il delicato momento in cui il presente si trasforma in passato.


3 ottobre 2011

Le parole non sono per chi non c’è più.

Si commuovono e possono dire il viso morto.

gli occhi erano quelli che mostrava,

il vestito sepolto quello visto altre volte.

Vedere che non ci sei più, non dire niente.


I sogni nelle imposte accostate

eravamo noi per te. Dopo la vita dei nonni

c’era la vostra, la mia, Roberto

e il campo, la casa, i soldi da mettere via.

E quel film Il conte di Montecristo, i rotocalchi,

la radio di qualche opera lirica,

dei canti napoletani. santa Maria Maggiore

a Roma dove sei stata fino alla guerra.

Io ho abitato qua e là, un terzo piano, un quarto,

di case dove hanno premuto io tuoi occhi.

Volevo diventare una maestrima,

chiedevi: Alessandra fa la maestrina?

Ora sono io a svuotare i tuoi sogni, dentro di me

ho sempre Le amiche di Michelangelo

Antonioni, dopo la scritta che dice Fine.


ricordo di Andrea Zanzotto

I fiori di tutte le notti aperti, mi guardi scrutando in giro

o dalla finestra il campo come il campo di una volta.

Venuti per i prati, per non poterli dire che erbe e alberi.

Potevamo essere fatti di un ferro, di un muso.

L’orto era solo una cosa che facevamo, una domanda.


Anche io solo come questo attaccapanni,

come sono i tavoli, come l’asse da stiro.

Muri e ringhiere, la poltrona, il camino.

Arde il fuoco bruciando l’intero giardino,

tutto il prato, i boschi, tutte le primavere.


Vi ho messo solo alcune delle poesie che compongono Tersa morte.

I versi di Mario Benedetti mi offrono una riflessione intensa e di uno sterminato dolore sull’assenza e sulla morte, sul lutto. Le parole non servono a chi non c’è più. A chi resta, l’audace compito di dire il viso morto. Si sofferma sui particolari quotidiani, il vestito, che ormai è legato solo alla fine, e quel silenzio finale che ci restituisce in modo preciso l’immobilità, lo smarrimento, il vuoto di fronte alla perdita.

Poesie di un’intensità straordinaria. Benedetti crea una mappa di ricordi domestici – la radio, la lirica, i ricordi, i soldi da mettere via – e si intrecciano con le geografie fisiche e con i sogni mai realizzati. Il poeta ci consegna la sua eredità interiore e ci lascia un senso di sospensione perfetto, cristallino, sul dramma del lutto.

La morte su cui egli indaga è un fatto biologico, inevitabile e necessario alla vita stessa. Restano il dolore, la memoria e il tempo. Nella poesia di Benedetti ho esplorato un immenso dolore, quello che lascia un addio: nei suoi versi la fine non è più cupa e misteriosa, ma evidente, quotidiana, certa. È Tersa morte. Oltre i confini di quella stanza, proprio come per la bambina che gioca sulla sedia che una volta era del padre, la vita comunque sopravvive, trasformando il dolore in un nuovo inizio.



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