Un libro di domenica | SOLO di Riccardo Nencini

di sandro fracasso

Perché attendere cinque anni per pubblicare un’intervista- recensione?
Eppure almeno nel 2024 l’occasione sarebbe stata ghiotta, tutti ne
scrivevano e raccontavano e chi non era in grado di farlo boicottava.
Il libro è “Solo”, Feltrinelli, 2021, di Riccardo Nencini, dedicato alla vita di Giacomo Matteotti.

È importante contestualizzare la figura dell’autore per meglio comprendere la gestazione del romanzo: mugellano, senatore socialista allora presidente della Commissione Cultura al Senato, Nencini ha impiegato due anni e mezzo a completare l’opera. Se da un lato il lavoro è stato impegnativo per la mole di documenti da analizzare e delle testimonianze da raccogliere e verificare, è
proprio la posizione politica di Nencini ad aver imposto un’indagine ancora più scrupolosa.
Si parte.
Nel libro gli aspetti più delicati e scabrosi della vicenda Matteotti emergono da subito: la crudezza degli scontri con Mussolini, l’imbarazzo per le origini borghesi più volte sottolineate dagli oppositori, i soldi prestati a usura dal padre Girolamo Stefano (notizia provata da Nencini grazie a documenti rinvenuti nell’archivio di stato di Rovigo).
Da quell’attività, oltre che dal commercio di rame e ferro, deriva una posizione agiata che si traduce in centosessanta ettari di terreno di proprietà, e una villa a Fratta Polesine (che è oggi museo tematico aperto al pubblico).
“Il socialista in pelliccia”, “il socialista milionario”, questi alcuni dei soprannomi che gli avversari politici avevano affibbiato al deputato polesano. Un Polesine che in quegli anni era la zona più povera d’Italia, anche più dell’Aspromonte, ricorda l’autore. Un Polesine nel quale ancora negli anni cinquanta i proprietari terrieri avevano guardie armate a sorvegliare le tenute. Un Polesine che pagherà tra i primi, assieme alla provincia di Ferrara, il prezzo di una forte e radicata resistenza al fascismo.
Matteotti è di fatto “Solo”, come nel titolo – che Nencini rivela aver preso da una conversazione in treno con Antonio Scurati -, a intuire sin dall’inizio le potenzialità del fascismo e di Mussolini, di cui Matteotti riconosce il carisma. Ci sono varie colpevolezze per questo antifascismo solitario, una è da ricercarsi nell’ostracismo che il Vaticano oppose a don Sturzo, uno dei pochi altri a manifestare allora una visione politica lungimirante, messa in atto coerentemente dai preti di campagna.
Un antifascismo più diffuso si avrà dopo il rapimento di Matteotti, e in seguito al ritrovamento del suo cadavere mutilato, brutalizzato e seviziato.

“No, non ho voluto celebrare l’eroe -rimarca Nencini-, perché se l’avessi fatto non mi sarebbe stato possibile trattare le sue contraddizioni, rivelare i dettagli più crudi del suo rapimento nel 1921, della violenza e delle torture che subì. Questi aspetti assieme alle origini, rendono più chiaro il motivo della sua lotta, che supera la politica, pur restando sempre in ambito istituzionale, perché affonda le radici in una contrapposizione antropologica tra lui e l’innominabile” (così i socialisti chiamavano Mussolini dopo il tradimento).
Il duce riconosce in Matteotti il vero avversario; anche se non è dotato di un pari eloquio, il deputato polesano può contare sulla cura certosina e l’ostinazione ereditate dalla sua terra. Le dimostra nella ricerca accurata cui sottopone qualsiasi indagine, soprattutto quelle legate agli interessi economici della famiglia Mussolini, e alle presunte tangenti ricevute dal fratello di Benito, Arnaldo, dalla Sinclair Oil.
Incalzato su temi come la situazione rurale italiana e in particolare polesana dell’epoca: l’assassinio di Masin nell’Aprile del 1921, le aggressioni fasciste dopo il comizio di Padova (quando Matteotti fu salvato da un proprietario terriero di
Piazzolla sul Brenta), Nencini racconta di aver raccolto ricordi da tutte le parti d’Italia di persone che pagarono duramente un sincero, spontaneo, istintivo dissenso.
Tra le varie testimonianze quella di Umberto Bossi che, dopo aver letto il libro, racconta al telefono a Nencini di sua nonna Celesta (sindacalista socialista lombarda), cui i fascisti spezzarono entrambe le gambe dopo una perquisizione, durante la quale le trovarono una foto di Matteotti nascosta dietro quella della Madonna.
Una storia, la nostra, che è fatta da dimenticati che hanno pagato un prezzo sproporzionato, ma che ridimensiona la solitudine di Matteotti. Se davvero il mondo politico non era con lui, poteva contare sul sacrificio sincero, sulla lotta decisa e generosa di gente comune, non necessariamente del suo stesso partito, senza la quale il fascismo non sarebbe stato sconfitto.
È un momento fragile per la democrazia e questa frase si riferisce ad ora come ad allora: le affinità tra questi anni e quelli delle prime decadi del Novecento sono notevoli. Lo sono dal punto di vista sociale, economico, geopolitico. Il rischio di ascese estremiste è forte e sotto gli occhi di tutti. Per questo penso che il libro non abbia atteso i cento anni dalla morte di Matteotti per uscire.
Gli anniversari forse sono così amati, proprio perché permettono ai più di lavarsi la coscienza con qualche ora di commiato e di riflessione, per poi tornare al solito tran tran.
La memoria è un’azione quotidiana, condivisa e onerosa, in virtù della quale si deve essere sempre pronti a riconoscere una minaccia. La storia attuale però evidenzia che prevale l’infiacchimento di un popolo che alla cittadinanza del mondo ha preferito l’indifferenza, se non la partecipazione alla spartizione delle razzie squadriste.

s.f

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