di Adriano Benocci

Leggere Bar Sport nel 2026 è un piacevole lavoro di archeologia sentimentale e nostalgica. Il primo romanzo di Stefano Benni, pubblicato nel 1976, non invecchia. Perché? È una storia che non si prende sul serio, e lo fa da Dio.
Ci catapulta in un mondo apparentemente lontano, come quello di un bar di provincia: il BAR SPORT di Onassis. Un posto sgangherato e privo di qualsiasi eleganza, poco pulito e polveroso, rumoroso, dominato dal vecchio bancone di formica, un telefono a gettoni, il flipper e un biliardo avvolto da una nube di fumo. Eppure, il Bar Sport è un microcosmo profondamente umano, un rifugio accogliente dove la gente si ritrova per condividere solitudini, vizi e risate. Un posto immutabile nel tempo, ma che oggi rischia di sparire di colpo; sono rari, ormai, i locali che resistono all’avanzata dei bar a catena, spesso anonimi, freddi e privi d’anima.
La storia di Benni, invece, resiste al tempo grazie a una cifra stilistica unica: una narrazione surreale e al tempo stesso neorealista. L’autore fotografa l’Italia con un’accuratezza disarmante, deformandola con la lente del paradosso. Questa giostra comica vive di archetipi eterni che regalano gag irresistibili. C’è il leggendario Tennico, il tuttologo del locale che discute di tutto, dal calcio alla politica, e pontifica su ogni guasto meccanico formulando diagnosi astruse («È lo spinterogeno!»). E poi c’è lei, la Luisona: la pasta monumentale e decorativa — praticamente un personaggio a sé — che presiede la bacheca dei dolci fin dal 1959. La sua consistenza è ormai quella del cemento armato, protetta da una coltre di polvere e mosche che nessuno osa profanare, finché il fatidico morso di un ignaro rappresentante di passaggio non scatena il dramma.
In queste dinamiche si respira il senso di una vera comunità, un luogo di aggregazione sconfezionato ma autentico. Il vero miracolo di questo libro, però, risiede nel fatto che dietro ogni risata c’è una malinconia precisa. Sotto i colpi di un’ironia feroce e geniale, Benni nasconde una solitudine tenera e umanissima, regalandoci un capolavoro che continua a parlarci e a farci sorridere a cinquant’anni esatti dalla sua uscita.


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