Un libro di domenica | Notturno indiano di Antonio Tabucchi

Quando la letteratura mente per dire la verità

di Adriano Benocci


Dov’è Xavier? Questa è la domanda che porta il narratore di questa storia nei meandri di un’ India spettrale.

Ci sono luoghi che non sono, che non servono per riempire gli occhi, ma per svuotare le anime. La geografia dei posti che visiteremo, è fatta di spazi geometrici e mentali e di dettagli microscopici, che diventano un alibi perfetto per un’esigenza puramente umana, quella di smettere di essere se stessi, quella di essere ingannati dallo specchio e svanire.

Un amico portoghese si è perso nel subcontinente tra più di un miliardo di persone. Dov’è Xavier? Non si trova da nessuna parte. Quando, all’inizio di Notturno indiano, il medico dell’ospedale di Bombay liquida la ricerca del protagonista con una scrollata di spalle e una sentenza e dice – In India si perde molta gente, è un paese fatto apposta per questo -. Antonio Tabucchi non sta solo offrendo, generosamente, una suggestione, ci sta consegnando la chiave d’accesso a un monumentale gioco di specchi, un labirinto di sogno. Quella che inizialmente si presenta come la cronaca di un viaggio noir alla ricerca di un amico scomparso nel nulla, si rivela ben presto per ciò che veramente è: un tradimento, metodico e struggente dell’identità.

In questa lunga scena notturna, l’India di Tabucchi non è quella dei documentari o dei grandi reportage, men che meno quelle dei depliant delle agenzie di viaggio, non ricorda nessuna cartolina esotica; qui il paesaggio è sostanza onirica, un territorio interiore battuto dalla pioggia di fine monsone, con la complicità perpetua della notte, si cancella ogni confine e i contorni delle cose, degli oggetti, sfumano e si confondono. Nella ricerca di Xavier, il protagonista non procede mai per una logica investigativa, ma per frammenti, risonanze e sensazioni. In ogni incontro lungo il cammino si smaschera l’illusione di un’identità certa e conoscibile: dalla teosofa di Madras, che parla di anime e di confini fluidi tra i corpi, o la spaventosa e grottesca figura del “mostro gemello” sul treno, in cui si proietta il senso del doppio. Xavier non si trova. Resta un’ombra che resta sempre qualche passo avanti al narratore, una presenza assente ma necessaria a procedere. Cercare l’altro diventa l’unico modo per uscire fuori e da fuori riuscire a guardarsi, per tradire il proprio confine e accettare che l’io non è mai uno solo e che si può perdere nella nebbia in qualsiasi momento, perché in fondo quello è il suo destino.

Il culmine di questa ricerca disperata e di questo sdoppiamento avviene a Goa, all’Hotel Oberoi, una struttura bianca e magnifica costruita a forma di mezza luna; è qui dove il protagonista incontra Christine, una fotografa israeliana che fotografa le persone solo di spalle, convinta che quella sia l’unica parte onesta di un corpo, l’unica parte che non sa mentire. Davanti a Christine il narratore si sdoppia, smette di essere l’amico in cerca dell’amico smarrito e diventa l’autore di una storia intitolata proprio Notturno Indiano, descrivendole esattamente tutto il viaggio fatto fino a quel preciso momento. Il contatto tra finzione e realtà ci fa cadere nel finale: Xavier non esiste, l’amico perduto non è mai esistito, era forse solo una proiezione, sicuramente un pretesto, per permettere al protagonista-narratore di potersi guardare le spalle.

Notturno indiano, non è solo un breve e meraviglioso romanzo, non è solo un viaggio fatto o no, è una vertigine, e si rivela un riuscito tradimento romantico e poetico. Antonio Tabucchi ci dimostra che la letteratura non serve a documentare la realtà, ma a scardinarla per essere veri anche dentro una finzione. Alla fine non trova Xavier, ma accetta il mistero dell’ombra per salvarsi e per salvare l’amico, e rinuncerà, si lascerà svanire nell’oscurità di Goa.

Oggi più che mai, in un mondo ossessionato dalla visibilità, dalla tracciabilità, dalle identità – reali e digitali – , Notturno indiano ci ricorda che abbiamo l’umano e profondo diritto di perderci di vista. Ci dice che possiamo liberarci del nostro peso, a costo di diventare la nostra stessa ombra e, se necessario, lasciarci dimenticare.

a.b


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