di DIEGO PERUCCI & SANDRO FRACASSO

Io me la ricordo nitida la sensazione di euforia: era fine settembre, quasi ottobre, era quando tutto muore. Stava arrivando la sera e lontano il cielo minacciava la città. Al tempo avevo giusto un po di barbetta e portavo camice a quadri agghiaccianti, quelle ad esser sincero, le indosso anche adesso, e a tracolla, un borsa militare. Uscivo a passo svelto dal negozio di musica, tra le mani due dischi di Rock progressivo, più precisamente: Biglietto per l’inferno LIVE 1974 e Are(A)zione, per l’appunto, degli Area, e cazzo se me la ricordo quell’euforia. Non vedevo l’ora di arrivare veloce, velocissimo, a casa, una volta lì, il rito, scartare e metterlo il disco sul piatto, poggiare la puntina, cuffie, e dentro e fuori, solo il silenzio. La stessa sensazione l’ho provata con Radical. Oggi non porto più la barba ma dei baffi buffi a manubrio, ma come quel giorno, una camicia a quadri. Ho finito di lavorare e viaggio verso casa, arriverò presto e mi metterò comodo in poltrona con un caffè nero e una sigaretta e inizierò a leggere, finalmente, Radical. È un libro complesso, di pagine crude, uno scambio di missive, un carteggio quasi beat, ma non tanto per lo stile di scrittura, anche se a tratti ricorda la corrente, più che altro perché in questa ultima storia si manifesta indubbiamente la segreta sacralità degli oppressi e dei perdenti. Se ci ripenso erano, per questo, beat, anche i primi due. C’è anche il viaggio come in un romanzo beat. Ma è davvero importante lo spostamento fisico? Probabilmente si. Ho sempre pensato, o meglio, ho sempre avuto la sensazione che se fino ad adesso io non mi fossi mai mosso e fossi rimasto immobile, niente, niente di tutto questo sarebbe mai successo e quindi, non ci resta che partire per questo strampalato viaggio con meta sconosciuta, e si va fino alla fine. Dalle colline infinite del centro Italia al meridione di Zì’ Assunta e i suoi paparuli m’buttunati, e poi su al nord, in una lingua di terra tra i fiumi che delimitano e quelli che attraversano e dove tutto sembra possa perdersi nelle nebbie di pianure sconfinate. Quindi si va giù e su per lo stivale, piano, si va piano perché, il camper rubato all’Orsi è un cassone con le ruote che fa rumori molto strani. Selene guida, in tutti i sensi. Selene è nel limbo, come in fondo è sempre stata, come lo era nelle precedenti cento pagine che compongono SHIT!, sicuramente più sfumata, essendo nelle orbite di un essere spregevole e ad esser buono maschilista (G. Orsi) e di uno senza la spina dorsale e innamorato (G. Filindi). Ve la ricordate ai tempi? É cambiata, sì, e cambia ancora e insieme a lei cambia il paesaggio lento che non sfreccia affatto davanti al parabrezza. A intraprendere la titanica traversata c’è un passeggero tutt’altro che casuale. È Gloria Maria, la vetusta Matriarca di Selene, ormai prossima ad aprire l’ultima porta, per strada rammenta il passato serpeggiando. Figlia dei soldi e del potere, più frutto che vittima, o forse anche lei, semplicemente una vittima con qualche frutto. Gloria Maria, infida e malata scorda ma non dimentica. Certo, per natura, ottant’anni non sono facili da tenere a mente, ma quello che sa tenere però, è la penna in mano, che è come una lama affilata e lei sa come e dove tagliare e lo ha sempre saputo, fin da quando Selene non era Selene, forse da prima, dopo sicuramente. Lei la vuole come l’ha fatto. Non torna, vero? Ma è così. La sua vita l’ha passata godendosela tutta, paese dopo paese, lontano. Da quel che scrive, pur di non parlare, non sembra certo un’ amorevole genitrice, pare, almeno con Selene, con la quale si rivolge sempre e solo al maschile, come se, ed è come se, non avesse mai e poi mai accettato il fatto che Selene per lei non è Selene. Non accetta il fatto che suo figlio non c’è più come lei lo ha fatto. Non ha mai grandi parole, ma secche e velenose, forbite, piene di rancore rancido …<<Con candido, immutato, disprezzo>> : ecco, queste le parole con cui Maria Gloria conclude una missiva per Selene. Serve altro? E c’è anche Gaia: lei capita e basta, giovane, con una curiosa t-shirt rosa e col cellulare perennemente in mano. Vive, fresca , come tutta la sua generazione Z, vive di un’incerta illusione che presto e drammaticamente, si trasformerà in autentica disillusione. Con quegli occhi grandi presto non vedrà più solo unicorni dorati e gommose colorate alle feste, o ai rave in mezzo a tanti amici da sballo o sballati, e il suo unico problema non sarà più solo se qui o lì ci sia o non ci sia il segnale wi-fi, vedrà la vita vera con tutti i suoi cataclismi. Con i tutti i suoi drammi. Il muro di Berlino è caduto anche per lei in fondo, e gli eserciti del Mondo negli anni si sono mossi, spiati, uccisi tra di loro e ucciso anche gli altri, anche quelli che non c’entravano niente anche per lei, e anche le bombe che sono esplose, sono esplose anche per lei. Diritti. Nonostante sia giovane e giustamente spensierata, già la sua vista, in questo viaggio inaspettato si è acuminata. Ad un certo punto, vede Selene come una vittima, la riconosce, si riconosce, entrambi vittime di un sistema innescato ormai da quasi un secolo, forse di più. E che si fa? Potremmo fuggire. Ma la vecchia ancora vegeta e giudica. Gaia, si rende conto che è vittima del potere e che Selene lo è stata prima di lei. Selene, fino a poco prima di sedersi al volante dello scassatissimo camper rosa aveva un prima, dopo questo viaggio, sicuramente, ben distinto, avrà un dopo. Glauco Orsi e Gaetano Filindi non hanno più molto senso, se non per l’invio di qualche messaggio, (uno di essi è spaventoso) loro ormai sono passati, sono sfumati, qui la storia è un’altra, è la storia di Selene. C’è da scavare, da ricordare. C’è da sapere. La domanda è <<Quante Selene esistono?>> Bella domanda! Nel primo capitolo abbiamo subito una risposta, “una prima e una dopo Glauco” ma è una risposta a metà. Sì, perché Selene è molto di più. Con certezza, in queste pagine esiste, una persona, una donna, fragile ma coraggiosa, sempre in mezzo alla tempesta, per volontà o destino, una donna, quindi, che con dolore e tenacia affronta obblighi e verità. Selene è una perdente indistruttibile, che combatte una guerra già persa per far valere e poi riuscire a mantenere la sua identità. Lei anche se è schiacciata, anche se è all’angolo, poco male, è una prospettiva che conosce e sa come dileguarsi e nel caso, se necessario, dissanguarsi, senza morire. Selene è una persona ma nessuno lo ha mai capito. La sfinge men che mai. È per lei dunque, il momento di affrontare il mostro, la nemesi che più teme, ed è difficile, maledettamente difficile combattere se non odi, e Selene non odia Gloria Maria, la rende triste, vede in lei tutto il fallimento delle sue rivoluzioni, soprattutto quelle interne, quelle senza bandiere e striscioni. E se davvero non mi fossi mi mosso? Lo stato di quiete in realtà non serve. Alla fine, la prima cosa che di questo libro ho letto è stato,ovviamente, il titolo. “Radical” e mi da come l’impressione che non sia del tutto casuale, anzi per niente, o solo deciso perché inerente al già filone romanzesco Radical! Shit? E Shit!; Se tradito, Radicale, che va verso la profondità, verso le diverse condizioni di profondità umane. Radici. Leggendo si esplora l’oggi di un dramma familiare, fatto di anni di tradimenti e bugie, dialoghi mancanti e incomprensioni, delusioni enormi. Una famiglia, quella di Selene, che non è una vera famiglia, nessuno sembra abbia mai avuto nemmeno l’intenzione di vivere o aver vissuto per qualcun altro anche solo per un attimo, nemmeno a parole, la sua, è semplicemente una famiglia contro. Tutti contro tutti. Tutti sottomessi. E per gli altri non è diverso. In fondo, come ho scritto all’inizio, sono pagine crude e per quanto infatti non lo vogliamo, questo non è certo il romanzo che ti lascia il sorriso sulle labbra, semmai una smorfia miserabile e permanente.
a.b

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